TEMPO DI SMARTPHONE

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“Foto porno in chat. Denunciati minori”. Leggo, sui giornali, una breve con questo titolo. Si riferisce a un fatto accaduto la scorsa estate in provincia di Lecce e denunciato alla Polizia da due genitori.

Babbo e mamma avevano scoperto che sul cellulare del figlio (10 anni !!!) erano arrivate foto porno e pedopornografiche con frasi minacciose che istigavano al suicidio. Il bambino aveva condiviso quelle immagini e quelle frasi su un gruppo WhatsApp.

Adesso la Polizia ha individuato cinque giovani (fra i 15 e i 20 anni) responsabili di aver inviato quelle foto e quelle frasi.

Da nonno non posso non pensare ai miei due nipotini: la piccola già adolescente e il piccolo (appena 6 anni) che già ha l’abitudine, sotto rigido controllo, di smanettare su un dispositivo per guardare i suoi cartoni preferiti. Non posso non pensare alla facilità nell’uso di questi mezzi e alla faciloneria con cui, troppo spesso, genitori e insegnanti avviano i loro figli e i loro studenti a un uso né consapevole né critico.

Sono mezzi che dimostrano ogni istante la loro – terribile e affascinante – ambivalenza: ci si possono compiere azioni utilissime (ad esempio per lo studio o per il divertimento) ma possono anche costituire occasioni, in prospettive tragiche, per nuove forme di schiavitù. Quanti, genitori e nonni, ci riflettono – ad esempio quando postano in rete le foto dei loro bellissimi bambini – sul possibile utilizzo negativo proprio di quelle foto da parte di folli spregiudicati?

Ascoltando racconti di amici che hanno bambini nelle Elementari e nelle Medie inferiori, resto molto colpito anche dalla facilità con cui video vengono girati e poi diffusi: all’apparenza innocenti, ma come logico fonte di potenziali reati.

Resto colpito non tanto dai bambini (che, senza loro colpa diretta, si trovano in tasca, all’età in cui fino a pochi anni fa si giocava con le macchinine, bombe atomiche di enorme potenza distruttiva), ma soprattutto dalla incapacità di capire da parte di tanti genitori e anche da qualche insegnante.

Se va bene minimizzano (“cosa vuoi che sia … Oggi è così … Non fanno nulla di male … Lo fanno tutti …”). Talvolta sono lieti se i piccoli trascorrono il loro tempo persi davanti a questi piccoli schermi. Io stesso, da nonno, chiacchiero bene e mi comporto male facendomi vedere quasi sempre attaccato alla protesi.

Poi arrivano notizie come questa: bullismi vari, incitazioni a comportamenti sbagliati, uso incontrollato da parte di soggetti fragili cui nessuno ha mai insegnato che quei dispositivi hanno una doppia faccia.

Dio mio, quanto si potrebbe fare – nelle famiglie, nelle scuole, nelle parrocchie, nelle comunità – per educare a un uso corretto della rete e dei suoi strumenti. Quanto, ad esempio nelle scuole, potrebbe fare il ritorno all’insegnamento di quella che un tempo si chiamava “educazione civica”. In favore dei minori. Ma non solo.

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