Centinaia di persone impegnate a gustarsi una pizza o un gelato o una chiacchierata in compagnia o il fresco di una serata domenicale di fine agosto. Tutto comprensibile e certo legittimo, ci mancherebbe, ma tutto paragonabile alla scarsità numerica delle persone che, finiti i tempi della pizza, si sono spostate di pochi metri per ascoltare un confronto (“Gaza e Ucraina: basta massacri”) organizzato da ANPI pistoiese nel parco verde di Olmi/Quarrata.
Chiamato a moderare un panel interessante (il magistrato Domenico Gallo, il giornalista palestinese Ali Rashid, due giovani donne toscane impegnate nel pacifismo e nella cooperazione internazionale: Federica Marri e Angelica Gatti) non ho potuto fare a meno di pensare, iniziando la serata, alla eterna, assurda, attualità del mitico ballo sul Titanic.

In effetti siamo sull’orlo di una potenziale catastrofe bellica, magari pure nucleare: il famoso orologio virtuale che fotografa la distanza, in valore temporale, rispetto al rischio estinzione ci dice (fonte l’economista Leonardo Becchetti, pochi giorni fa, in un suo editoriale su “Avvenire” dedicato all’importanza dei “cessate il fuoco”) che siamo appena a … 90 secondi. Alla fine della guerra fredda eravamo a 17 minuti. Oggi siamo scesi a 90 secondi: un minuto e mezzo.
Vediamo ogni sera, ai tg, scene terrificanti. Violenze di ogni tipo. A Gaza e dintorni. In Ucraina e dintorni. Non vediamo le violenze delle decine di altre guerre che caratterizzano il mondo. Nessuno ce ne parla. Ma siamo comunque, sulle guerre, anestetizzati. Nulla ci scuote più di tanto. Viviamo come se tutto fosse normale.
D’altronde non siamo molto aiutati, salvo lodevoli eccezioni, in quel fondamentale percorso di cittadinanza attiva, né dalla politica né dall’informazione. In entrambe queste sfere, e purtroppo non solo nei giorni di Ferragosto, si parla soprattutto d’altro. Strumenti di distrazione massiva, di alienazioni, di “oppio dei popoli” avrebbe urlato qualcuno in tempi lontani.
Nel frattempo mancano appena 90 “secondi”. E noi, apparentemente lontani da quelle tragedie, viviamo come se nulla fosse.
All’Est il Paese aggredito non solo si difende (come è certo legittimo) ma a sua volta occupa fette del Paese aggressore in una escalation, fra centrali nucleari e gasdotti, complicata da capire fin dove potrà arrivare.
Il presidente ucraino mette al bando addirittura una Chiesa Ortodossa (pensiamo a cosa sarebbe accaduto se il presidente russo avesse messo al bando la Chiesa Cattolica) e l’unica voce che si leva in una giusta protesta è quella di Papa Francesco.
Nel Vicino Oriente – dopo la distruzione di Gaza (chissà mai se sarà ricostruita, e come) e dopo le continue violazioni da parte di Israele, con i coloni sostenuti dall’esercito, nei territori palestinesi in una continua, illegale, azione di violenza che riesce solo ad alimentare altri rancori, altre ingiustizie, altre violenze – nel Vicino Oriente i rischi di un conflitto ancora più esteso certo non diminuiscono. Anzi.

Pure avendo un articolo (l’11) nella nostra Costituzione che esprime con invidiabile chiarezza sia l’inutilità di guerre per risolvere le controversie internazionali sia l’importanza di favorire le organizzazioni internazionali per assicurare pace e giustizia tra le nazioni, non mancano anche qui in Italia quelli che sostengono come l’unica strada possibile per far finire le guerre (le varie guerre) sia sperare nella vittoria bellica: dunque sperare nella forza delle armi fregandosene di quella che un tempo si chiamava la forza della diplomazia. Perché le bombe sempre più forti – si sostiene – sono meglio di trattative inevitabilmente deboli.
Il fuoco – si sostiene con l’eternamente vecchio ragionamento – potrà cessare solo in caso di vittoria di un combattente sull’altro. Ma è difficile che, oggi, qualcuno una guerra la vinca. E la vinca per sempre.
E allora resta la domanda iniziale posta, al Parco Verde di Olmi, dal magistrato Domenico Gallo: quante persone ancora dovranno morire, nell’Est Europa e nell’Oriente Vicino, per poter dire che la guerra, una delle due o entrambe, è stata vinta? Quanto, ancora, dovranno durare le guerre – che certo stanno facendo fare affari d’oro a, anche insospettabili e trasversali, signori delle armi – prima che qualcuno (chi?) imponga un “basta”?
