SULL’APPELLO DEL VESCOVO FAUSTO A RISCOPRIRE LA POLITICA

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Ma la politica la fanno gli uomini, ecco perché prego che ci siano uomini e donne che facciano politica non guardando a sé stessi ma esclusivamente al bene dell’intera società e allo sviluppo integrale dell’uomo“. Parole di Fausto Tardelli, vescovo di Pistoia, nel supplemento settimanale diocesano (“La Vita – Pistoia sette“) in allegato oggi su “Avvenire“. Parole giuste, necessarie, condivisibili.

Eviterò la solita – e perfino stucchevole, dopo decenni che la sento fare – citazione di Paolo VI sulla nobiltà della politica. Ma posso un po’ slanciarmi in qualche ricordo: su quando, in tempi ormai preistorici, a fare politica, ma sempre in dimensione paesana, al massimo provinciale, c’ero pure io.

Rischiosi, i ricordi. Spesso il passato lo ricordiamo “bello” solo perché eravamo giovani. Peraltro è nel presente che dobbiamo vivere.

C’ero, in politica, in un partito che nel nome intrecciava le ragioni della democrazia con quelle della dottrina sociale cristiana, erede di un altro glorioso partito che nel nome conteneva il richiamo al popolo (concetto estraneo rispetto alle deviazioni odierne di stampo populistico).

Nel mio paese la sezione DC non esisteva: per le riunioni e i congressi ( c’erano riunioni e congressi pure nei piccoli centri) si utilizzava una stanzina parrocchiale gentilmente concessa dal prete: tanto per ricordare il clima di allora (risalgo ai Settanta del secolo scorso) quando la lotta fra democristiani e comunisti era accesa e si basava su valori opposti (sapendo però che a unirci c’erano sempre la Resistenza, la Liberazione e quella “casa comune” chiamata Costituzione. Retorica? Non credo).

Le riunioni del gruppo consiliare in Comune si facevano a casa mia che era, ed è, piccolina ma sufficiente per ospitare quei 5, o massimo 6, consiglieri che eravamo nel gruppo. Ovvio di opposizione in un Comune comunista. Mia mamma preparava il caffè per tutti. E noi ci si preparava, avendo letto i fascicoli, a una opposizione dura spaccando il capello anche in otto.

Qualche anno dopo un amico – allora assessore pci – mi spiegò. “Vedi, tu e gli altri con te ci rompevate sì le palle però ci costringevate a cercare di far bene le cose perché si sapeva che altrimenti facevi casino“.

Casino e polemiche noi si facevano comunque. Così si doveva fare, nello spirito acceso di quegli anni. Ma pure i compagni qualche volta ci cadevano, nei peccati: in parole, opere e omissioni. Così era. Il potere è così. Difficile tracciare una linea netta fra bene e male. L’importante è restare sul terreno dell’onestà e della lealtà, dell’onore e della disciplina.

Poi con la politica attiva ho chiuso. Non ero adatto.

Al massimo, nella DC, arrivai a guidare un “ufficio” in Comitato Provinciale (uno di quelli che non voleva nessuno: la formazione) partecipando così a tante riunioni anche nazionali. E organizzando corsi di formazione, convegni, incontri su tematiche locali e perfino … internazionali.

Nessuno si sarebbe allora sognato, in nessun partito, di saltare i gradini (locale, zonale, provinciale, regionale) arrivando subito in Parlamento o al Governo. Impensabile diventare, senza gavetta, ministro o sottosegretario. Ma neppure consigliere regionale.

Chi aveva voglia di crescere sapeva come fare: esperienza sul campo, letture, documenti, riunioni affollate o deserte, comizi anche davanti a due gatti ma con qualcuno che comunque ti ascoltava da dietro le persiane, elettori che scrivono il tuo cognome sulla scheda, liturgie di corrente, qualche conoscenza giusta (per carità: non tutto era dorato, non mancavano zone grigie o buie). Si leggevano libri, quotidiani e settimanali. C’erano pure le scuole nazionali di partito.

Da noi diccì il fenomeno dei “funzionari” di partito era pressoché nullo. In casa piccì era la norma. La Federazione provinciale PCI di Pistoia era una fra le maggiori d’Italia. Tantissimi i loro funzionari. Ma anche in quella famiglia politica la prassi stava nei gradini da salire.

Nessuno si sarebbe sognato di chiamare “poltrone“, in modo spregiativo, i seggi delle istituzioni. Si sapeva un fondamentale: politica è (anche) gestione del potere e il potere ha comunque bisogno di luoghi democratici attraverso i quali essere gestito. A disprezzare le “poltrone” c’era solo qualche nostalgico di destra o qualche ultrà di sinistra.

Ma il potere è una brutta bestia: fa presto, se non soffiano i venti del vero rinnovamento, a incancrenirsi e a diventare, da strumento, fine

Preistoria. Oggi e ormai da decenni, tutto è diverso. Ma non i rischi, peraltro sempre più veloci, che il potere incancrenisca e invecchi chi di volta in volta si presenta come nuovo, simpatico, puttaniere, rottamatore, nemico di “Roma ladrona” eccetera.

Oggi chi occupa le “poltrone” sparla contro le “poltrone”. I partiti non hanno più iscritti veri ma soltanto capi che (salvo eccezioni) parlano per tutti e vanno ubbiditi in silenzio. Le correnti si chiamano “Fondazioni” e nessuno ne conosce i misteri. Le sezioni non esistono più da un pezzo. Tutto si fa su spazi digitali, all’apparenza potenti e in realtà fragili, spesso inquinati.

Ma tornando alle parole del vescovo sulla importanza di una politica eticamente sostenuta (e, direi, in area ecclesiale, cristianamente sostenuta), quelle parole sono giuste. Ringrazio mons. Tardelli. Ma credo ci sia bisogno – intendo nel mondo cattolico – di un supplemento.

Finita da quasi un trentennio l’esperienza del partito di cristiani (non “dei” ma solo “di“) che bene o male aveva retto cinquant’anni, oggi ne restano, per chi ama la storia, tante luci che certo non escludono le ombre (due anni fa Marco Follini ha scritto un ottimo, laicissimo, libro “Democrazia Cristiana. Il racconto di un partito“. Lo consiglio).

Dopo la fine di quel centro politico è successo ciò che sappiamo. Fino a una sorta di “rimpianto”, non solo fra i combattenti e i reduci di quel periodo ma addirittura, in certi casi, perfino fra antichi e all’apparenza irriducibili avversari politici: rimpianto, se non altro, per l’antico “senso dello Stato” e per una moderazione che non era conservazione, per un equilibrio che non era stagnazione.

Rimpianto per una laicità (mai stata, la DC, partito clericale. Mai usati rosari nei comizi) che non facciamo fatica a ricordare nei big (da Alcide De Gasperi a Aldo Moro) ma neppure nelle terze file (alcuni di questi, ancora in politica attiva, sembrano “statisti” a confronto di ciò che si vede).

Tutto questo “pippone” (comunque non nostalgico) per dire, al mio vescovo, che le sue parole sulla necessità di riscoprire la politica sono giuste ma chiedono un supplemento di azione. Anche, nel rispetto per la distinzione di sfere comunque separate, all’interno di quel “sinodo” cui Francesco chiama la Chiesa italiana.

Chiederebbero, per esempio, nei circoli ma anche nelle parrocchie, luoghi di discernimento e formazione, spazi di confronto libero senza la paura che parlare di dottrina sociale (e di politica) sia considerato “divisivo“.

Chiederebbero preghiere per chi, magari giovane e pieno di ideali, in politica ci si tuffa salvo poi, se non sostenuto, ritrovarsi deluso dopo le prime, inevitabili, scottature.

E, specie dopo le grandi encicliche sociali degli ultimi tre pontefici, chiederebbero forse, chissà, nuovi appelli ai “liberi e forti” per dar vita – perché no – a nuove formazioni, partendo dalle periferie, capaci di reggere le sfide di una politica oggi deludente nella quale reimmettere – in modi nuovi e con la laicità che ci deriva da Vangelo e Costituzione – forme partito e trasparenza, idealità e concretezze, valori e partecipazione, progetti e azioni.

Partiti, movimenti e gruppi che vediamo all’opera oggi (e che entusiasmano assai poco) quanto potranno durare? A quante e quali scomposizioni molto presto assisteremo?

Impossibile pensare a formazioni nuove, nello spazio sempre strategico del centro politico, magari capaci di intercettare il grande disagio che da anni tiene lontani dai seggi milioni di elettori?

Impossibile pensare a ingressi di giovani – puliti, motivati e magari pure formati sulla base di una dottrina sociale ancora di grande attualità – nelle formazioni più a destra e più a sinistra?

Davvero impossibile fare qualcosa oppure sarà solo possibile farsi risucchiare in vortici pericolosi, in “mucche” che dal corridoio scorrazzano indisturbate in tutte le altre stanze?

Fausto Tardelli precisa che l’urgenza di una politica “che cerchi il bene comune e non gli interessi di parte” lui la propugna “in forza del Vangelo“. Esattamente quello che chiede, a tutti noi cristiani, di stare “nel” mondo senza però essere “del” mondo.

La politica è sempre terreno arduo, scivoloso, complesso. Quella fatta come troppo spesso la vediamo fare oggi (impreparazione, battute, populismi, talk e distintivi, partiti privati, prevalenza di una brutta comunicazione, l’eterno presentismo, l’assenza di valori forti, l’intortamento continuo dei semplici attraverso le lusinghe della demagogia, la rincorsa verso l’istupidimento …) va ripensata e cambiata. Seguendola c’è il rischio di derive davvero pericolose.

Con la politica, e con le inevitabili “poltrone” della politica, si può governare in modo “buono” oppure in modo “cattivo” oppure … alternando. Gli effetti del “buon governo” si possono leggere, insieme agli effetti del “cattivo governo“, anche in un assai citato ciclo di affreschi nel Palazzo Pubblico di Siena. Qualcuno, certo, è già partito da questi affreschi in qualche scuola di politica.

Una virtù fondamentale (la “giustizia“) che era assisa in trono, poi finisce per precipitare a terra, spogliata di mantello e corona, con le mani legate e i piatti rovesciati. Aveva vinto, perché sempre può vincere e con modi sempre nuovi, aveva vinto la “tirannide“.

Fine del (lungo) “pippone“.

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