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Home»Politica»“SE QUESTO SI RIMETTE A PARLARE …”
Politica

“SE QUESTO SI RIMETTE A PARLARE …”

Mauro BanchiniBy Mauro Banchini13 Maggio 2026Updated:13 Maggio 2026Nessun commento4 Mins Read
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Quel cartello (“fatto storico 28 aprile 1945”) l’ho sempre in mente. Sta in basso, in quel di Giulino di Mezzegra, lungo la strada che costeggia il lago di Como.

Indica un luogo, poche centinaia di metri più in alto, dove in quel particolare giorno accadde qualcosa di particolare. Un qualcosa su cui, neppure adesso che sono passati tanti anni, è stata fatta chiarezza totale e indiscussa rispetto alle fasi, concitate e misteriose, sulla fine di una dittatura.

Con molta probabilità quella chiarezza – totale e indiscussa – mai sarà fatta. E anche questo, insieme a tanto altro, non è un problema da poco. Certo per gli storici. Ma, forse, non solo per loro.

Quel “fatto storico” a cui i mettitori di quell’antico cartello stradale sul Como lake non hanno mai voluto dare una specificazione (fucilazione? giustizia? assassinio? altro?) riguarda la fine del dittatore. E della sua amante Claretta. Una delle tante. La preferita.

Quei luoghi li conosco bene. Poco dopo, sempre costeggiando il lago, c’è Dongo. Lì il dittatore, travestito da soldato tedesco mentre stava scappando verso la salvezza in Svizzera, venne arrestato dai partigiani.

Poco prima c’è un paesino, piccolo, che per anni, in un delizioso antico albergo di charme proprio sulle rive del lago, ha rappresentato un buon ritiro per me, e famiglia, che amiamo l’atmosfera di quel lago.

Per decenni ho frequentato quei luoghi. E l’ho sempre fatto attorno alle soste per il 25 aprile o per il primo maggio. Né è un caso che mia figlia, insegnante, abbia raccontato, in un libro per ragazzi, la storia di un capo partigiano, pistoiese, che a Dongo fu fra gli arrestatori del Duce.

Decenni fa erano ancora vive persone che potevano testimoniare. Mi ha sempre colpito la bellezza dei dintorni rapportata alla crudezza di quel “fatto storico”: la fine terrena di un dittatore fino a poco tempo prima osannato dalle folle e poche ore dopo preso a calci, cadavere, in una piazza milanese. Poi appeso a testa in giù, fra sputi e urla, con la sua amante e con alcuni fra i suoi gerarchi. Quelli fucilati a Dongo.

Quel cartello (“fatto storico”) ha, inevitabilmente, colpito anche Paolo Malaguti. Lui, scrittore, vi ha dedicato un capitolo del suo “Sentieri partigiani” (Einaudi, 2026): un cammino fra luoghi di Resistenza per cercare di capire come fare, oggi, per parlare in modo non retorico proprio di quella Resistenza.

Non a caso il capitolo successivo ci conduce, in una Milano che non ha mai avuto il coraggio di metterci – lì – un pur minimo segno, nel citatissimo piazzale Loreto.

Merita leggerlo, il libro di Malaguti. Ci si trova esatta conferma sul fatto che molti problemi di questa nostra Italia contemporanea derivano anche dal fatto che, noi italiani, i conti con il fascismo (come e perché nacque, come e perché divenne regime acclamato, come e perché finì) non abbiamo mai provato a farli.

Ma anche i conti con la Resistenza, fatto molto complesso nelle sue tante sfaccettature, abbiamo difficoltà a farli. Idem i conti con un antifascismo che dovrebbe essere “fatto fondativo”, indiscusso, della nostra democrazia. Idem con un fascismo che troppo spesso, nelle sue nuove – e potenti – forme, viene trascurato se non irriso.

Da qualche anno sul Como lake non torno. Ho ancora, vivo, un ricordo di quel museo, sulla fine della guerra, messo in piedi, tempo fa, proprio a Dongo. Credo sia ancora visibile una intervista fatta a una donna – in quella primavera 1945 era una ragazza – che stava in piazza quando il dittatore in fuga ma arrestato fu fatto scendere dal camion.

Lo portarono, a spinte, dentro il Comune. La ragazza di allora – ricorda la donna anziana – ebbe un pensiero, sul dittatore appena arrestato, che la dice lunga. Anche sulle tentazioni, sui pericoli, di un oggi così diverso.

“Se questo adesso si rimette a parlare ci frega di nuovo tutti”. Ma lui, umiliato e impaurito, non parlò. Quella volta non parlò.

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Mauro Banchini
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