Nei giorni in cui giustamente si ricorda il trentennale della Provincia di Prato, può essere curioso tornare indietro: per la precisione a quella domenica estiva (10 giugno) del 1990 quando, al Poggio e a Carmignano, si tennero due distinti referendum per sapere se le rispettive popolazioni preferivano restare sotto la Provincia di Firenze oppure essere inserite nel nuovo ente pratese.
Finì, in entrambi i comuni, che la maggioranza scelse di restare sotto Firenze. Ma quel referendum, solo consultivo, fu subito dimenticato. Le due realtà “medicee” finirono sotto Prato.
Con questo contributo (scritto da chi allora ebbe un qualche appassionato ruolo – insieme a diversi altri – nel voler restare con Firenze) può essere interessante, e con gli occhi di oggi anche divertente, riandare a quel clima: fatto di passione e campanili, di partecipazione e visioni diverse, di tensione ma anche di sfottò.
Ignorare o nascondere questa vicenda – su cui ciascuno può avere le sue idee così come libere sono le idee attorno a ciò che, dopo e fino a oggi, le Province sono diventate – sarebbe sbagliato. Poco rispettoso per quella micro vicenda in effetti esistita. Perché la storia, anche quella locale, non si cancella. Né si può ignorare. (mb)

LA VOGLIA DI PARTECIPARE – “Beh, ragazzi, con Firenze facciamo parte della storia. Con Prato faremo solo parte della geografia”. Una vignetta pungente, del mitico Giuliano, corredava la propaganda del Comitato per la permanenza nella provincia di Firenze. Un foglio diffuso fra i cittadini di Poggio e Carmignano in vista del 10 giugno 1990: domenica elettorale, nei due Comuni “medicei”, per esprimersi sul quesito se entrare o no nella futura Provincia di Prato.
Dall’altra parte il Comitato per la Provincia di Prato aveva diffuso un suo foglio. Con indicazioni ovviamente opposte. “Perché – scrivevano – immergersi ancora per annullarsi nell’immensità dei problemi di Firenze? O non è meglio, diciamo a Poggio a Caiano e a Carmignano, unirsi e crescere insieme unendo i nostri problemi interni che sono quelli di tutti i giorni e toccano più da vicino le nostre popolazioni?”.
Erano anni che nell’area medicea si discuteva su questo. Ragioni di campanile e visioni politiche, economia e tradizione, cuore e portafoglio si intrecciavano da tempo provocando dibattiti appassionati, prese di giro, divisioni interne (anche nei partiti politici. Allora presenti e forti in ogni paese).
Tutto ciò oggi appare sfumato, lontano, mutato nelle percezioni su ciò che, poi, è accaduto. La – allora tanto contestata da una parte e allora tanto attesa dall’altra – Provincia di Prato sono trent’anni che è stata eletta: ciascuno può, adesso, valutarne l’impatto e giudicare le battaglie di allora.
E a Firenze la Provincia di allora non esiste più da un pezzo: sostituita da una “città metropolitana” che comprende Marradi ma non Poggio a Caiano.
La piccola storia locale rimanda comunque a documenti che sono testimonianza preziosa su ciò che adesso, in generale, sembra sparito: la voglia di metterci la faccia, di partecipare e dibattere, magari anche di azzuffarsi. Ma sempre con garbo. Al massimo con reciproci sfottò. Senza offese. I social, e un certo imbarbarimento anche politico, erano lontani.

COMUNI, COMITATI E VIOLA CLUB – Torniamo a quel referendum 1990. Fin dall’autunno di due anni prima si era capito che il Parlamento si accingeva a varare la nuova Provincia di Prato. Non mancavano divisioni interne tra partiti tutti o quasi schierati pro Provincia.
Nè mancavano contrasti fra poggesi e carmignanesi: due popoli un tempo uniti da un Comune unico ma poi divisi, non senza permali campanilistici, grazie all’istituzione (1962) del nuovo, politicamente “bianco”, Comune subito guidato da Giacomo Caiani e poi da Sergio Pezzati.
Fu dunque alla fine degli anni Ottanta (ancora, ma per poco, nella cosiddetta prima repubblica), che sotto le due ville medicee arrivò un nuovo protagonista: un Comitato, trasversale fra Poggio e Carmignano, che iniziò a raccogliere firme fra i cittadini per proporre un referendum consultivo. Un Comitato che, non avendo sede, chiese uno spazio – subito concesso – al Viola Club del Poggio. In via Vittorio Emanuele II al civico 59.
Con l’aiuto di altri due piccoli comitati paesani (al Poggio “Il Leccione” e a Carmignano “Il campano”, guidati con passione da Luigi Corsetti e Carlo Cocchi) vennero raccolte circa tremila firme.
In un clima di contrasto contro quella che veniva chiamata partitocrazia (stava nascendo il movimento leghista. Quello di Bossi) si puntava, da parte del Comitato, a sostenere la partecipazione dei cittadini.
Tutte da rileggere le delibere dei due Comuni, sia di Giunta che di Consiglio. Sindaco, al Poggio, era il socialista Vanni Parretti capo di una giunta di sinistra (nel 1988 i socialisti avevano lasciato i democristiani per scegliere, con grandi proteste dai “lasciati”, i comunisti in una giunta di sinistra). Primo cittadino, a Carmignano, il comunista Alessandro Attucci.
Tutte da rileggere, le delibere e le cronache. Mostrano, sul caso Provincia, titubanze e spaccature interne.

QUEL 10 GIUGNO – Deliberati i regolamenti per lo svolgimento dei referendum, venne infine fissata la data. Avrebbe dovuto svolgersi domenica 28 gennaio 1990. Ma arrivò, da Roma, la notizia che il Parlamento, nella nuova riforma di Comuni e Province, stava per inserire Firenze tra le future “aree metropolitane”. E questo determinò la sospensione del referendum fissato a gennaio.
Referendum che venne di nuovo indetto per il 10 giugno dello stesso anno: si era infatti compreso che dal Parlamento sarebbe comunque arrivato il disco verde per la nascita a Prato della Provincia. Con sigla “PO”.
Ecco dunque il referendum. Un solo giorno di votazione (la domenica. Non anche il lunedì). Qualche accorpamento delle sezioni elettorali (10 a Carmignano invece che 15 mentre al Poggio 8 invece che 12.
13.600 circa gli aventi diritto nei due Comuni: 6.135 al Poggio e 7.453 a Carmignano). E, a dimostrazione della passione che animava la vicenda, quasi 8.500 i votanti (3.756 al Poggio e 4.738 a Carmignano). In percentuale il 61,22% al Poggio e il 63,55 a Carmignano.

VINSERO I “NO” – La cronaca pratese de La Nazione, riferendo il netto risultato, il giorno successivo titolò “Referendum, no a valanga”. In effetti chi chiedeva di stare nella futura Provincia subì una sconfitta.
I SI furono appena il 34,1% al Poggio (in cifra assoluta 1.254) e un po’ di più, ma sempre minoranza, a Carmignano: il 41,8% (in cifra assoluta solo 1.941).
A vincere fu l’altra fazione, quella dei NO: il 58,2% (in voti 2.713) a Carmignano e ben il 65,9% (in voti 2.434) al Poggio.
Era un referendum solo consultivo. Dalla loro parte i favorevoli a Prato avevano un parere legale (datato 8 maggio 1990. “L’esito del referendum non ha, né può avere, una efficacia giuridica sulle determinazioni dei competenti organi”) chiesto dal sindaco Parretti all’avvocato pratese Franco Bruno Campagni.
Un parere su cui i contrari alla Prato obiettarono sostenendo la legittimità del referendum basato su specifici regolamenti approvati nei Consigli Comunali.
Il responso fu chiaro. A votare erano andati in tanti, nonostante che quella fosse stata la terza consultazione in poco più di un mese e dunque ci potesse essere stata una certa stanchezza fra qualche elettore.

UNA SCONFITTA PER I PARTITI – Duro un comunicato (26 luglio 1990) di Paolo Cintolesi (“Il referendum è perfettamente valido avendo superato e non di poco il quorum stabilito e attestandosi sulla media nazionale degli ultimi referendum andati a buon fine”) contro il segretario PSI Saverio Risaliti che aveva ironizzato sulla scarsa partecipazione al voto (“solo un misero terzo della popolazione ha detto no”).
E i votanti avevano dato un responso netto: restare con Firenze. Una sconfitta anche per i partiti politici: tutti, a eccezione della DC poggese, erano ufficialmente schierati con Prato.
AI due sindaci, con quel risultato, non restava che mantenere la promessa fatta in precedenza: in caso di vittoria dei NO, sarebbero state ritirate le due vecchie delibere, inizi anni Ottanta, con cui i due Consigli Comunali avevano chiesto di aderire al nuovo ente nel caso fosse stato istituito.
Secca e ironica, al Poggio, la reazione del sindaco Vanni Parretti (“Anche al referendum fra monarchia repubblica Poggio fu l’unico a scegliere Monarchia”). Da Carmignano il vicesindaco Mario Fortini, comunista, pur criticando il voto (“Hanno votato solo per una vecchia affezione a Firenze”) confermò che l’adesione a Prato andava “rivista”.
Per Rolando Caciolli, del Comitato pratese promotore della Provincia, la volontà dei dissidenti non era tale, essendo stato quel referendum solo consultivo, da “cambiare assolutamente niente”. Entusiasmo puro dall’altra parte.
Un agguerritissimo antiprovincia come Carlo Cocchi si dichiarò “soddisfatto perché la gente ha guardato al domani”. Poche parole, subito dopo il voto, dai due massimi esponenti anti provincia, Paolo Cintolesi e Lorenzo Bigi: “una grande dimostrazione di civiltà e intelligenza”.

UN REFERENDUM DIMENTICATO – Da Prato il Comitato Provincia, il 18 giugno 1990, prese atto sia pure “con rammarico” dei risultati. Ma “ritenne di poter considerare l’espressione negativa quale esito di una distorta informazione sul quesito proposto, di fattori emozionali da superare e di forme di protesta che hanno assunto i contorni di posizioni leghiste.” (cfr verbale riunione Comitato).
Dai contrari si continuò a ribadire sia il “NO” a entrare nella futura nuova Provincia sia il “SI” a far parte della nuova Area Metropolitana.
Questa nascerà “apposta per evitare l’eccessiva frammentazione di enti territoriali e per governare problemi (trasporti, comunicazioni, ambiente, infrastrutture …) che solo in modo unitario possono essere affrontati” (cfr numero unico: “Il 10 giugno vota no”).
Seguirono altre vicende. Il 16 aprile 1992 la Provincia di Prato venne istituita.
In essa vennero compresi anche i due Comuni dove neppure due anni prima si era votato per non farne parte. Il referendum popolare? Come se non ci fosse stato.
POGGIO (A CAIANO) E BUCA n. 154 del 12 aprile 2026
