Pistoia può vantare una sorta di “primato” negli studi sul razzismo. Uscì infatti a Pistoia nel 1936, due anni prima dal manifesto della razza e dalle leggi razziali, un piccolo ma denso volume (“Il razzismo tedesco”) scritto da un giovane (28 anni) padre domenicano.
Un religioso destinato ad avere una grande importanza, durante e dopo la seconda guerra mondiale, nell’aiuto alle persone sofferenti e nella formazione delle persone attive verso la nuova democrazia: padre Reginaldo Santilli.
Prima di essere pubblicato, il fascicolo ricevette – e, considerato il clima di allora, questo non è elemento secondario – il necessario imprimatur dal canonico Ireneo Chelucci vicario generale della diocesi di Pistoia e poi vescovo a Montalcino.
Uscì pochi mesi dopo per le edizioni del Convento pistoiese di San Domenico, come “ristampa di articoli” già usciti su una rivista fiorentina (“Il rosario”) che aveva sede e redazione presso il convento domenicano fiorentino di Santa Maria Novella.

Dopo aver premesso che il razzismo (“il mito della nuova Germania Hitleriana”) può essere definito come “la più infelice espressione dell’immanentismo moderno … avverso per principio alla divina rivelazione”, padre Santilli va giù duro.
“La teoria della razza – sottolinea – è fondata su motivi né scientificamente né moralmente sostenibili”. Anche perché – aggiunge con parole di eterna attualità – “dalla storia sappiamo che non v’è popolo il quale non abbia subito incroci con altre razze”.
E dunque “ogni popolo e ogni individuo ha diritto alla sua esistenza, alla sua perfezione e non vi è posto perciò a lesioni o a pretenzioni ingiustificate. Tanto più che la grande fraternità non potrà mai distruggersi pure in mezzo alle lotte più formidabili”.
Un fascicolo tutto da leggere e su cui riflettere. Di una possibile nuova pubblicazione, in sinergia con il mondo domenicano, ha iniziato a occuparsene la neonata sezione interprovinciale di ANPC, l’associazione nazionale dei partigiani cristiani da poco ricostituita in Toscana e presieduta da Marco Martini.

Nell’anno in cui è capitale italiana del libro, nell’anno in cui stanno per essere cambiate le due principali autorità in ambito civico e religioso (il sindaco e il vescovo), Pistoia dovrebbe essere messa nelle condizioni di conoscere e di essere orgogliosa per questa storia.
Che non appartiene solo a un passato lontano, dimenticato, sepolto dalla polvere del tempo. No!
A novant’anni da quel 1936 – quando il regime era assoluto ma non mancavano segni e persone dotate di coraggio, capaci di intuire il disastro a cui quel regime avrebbe portato – purtroppo si risente parlare – talvolta perfino in ambiti sedicenti “cattolici” – di quel tipo di “aberrazione” (questo il termine usato da Santilli).
Quando tornano in voga, sostenute anche da esponenti istituzionali di primo piano, teorie cosiddette “identitarie” come “sostituzione e remigrazione”, tornare a quel piccolo – coraggioso, profetico, illuminante – fascicolo può avere una sua utilità.
La storia, ovvio, non si ripropone mai negli stessi modi. Ma è bene, a Pistoia e non solo, fare memoria di quel giovane frate che quando (quasi) tutti applaudivano, seppe indicare la strada giusta. E quali avrebbero potuto essere i drammi percorrendo l’altra strada. Quella sbagliata.
