STAZIONI FS: IL SEDER VIETATO

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Ovvero l’importanza di chiamarsi Ernesto. Ho passato un sacco di tempo, quando facevo il pendolare su treno (Signa-Firenze-Signa), a rompere le scatole sul fatto che, ristrutturando la bella stazione ferroviaria di SMN, a tutto si pensava (soprattutto alle esigenze dei marchi commerciali) tranne che al cittadino-utente. Il mio cavallo di battaglia preferito (un giorno vennero pure quelli della tgr Rai a intervistarmi appena sceso dal regionale delle 8:03 come se fossi stato chissà chi) era l’assenza pressoché totale di posti per sedersi. Vedo ancora l’ottimo Giovanni Michelucci, architetto-poeta, girarsi un sacco di volte nella tomba.

Questione, ovvio, non solo fiorentina ma generale nella visione sempre più mercantile – in Grandi Stazioni – verso antichi spazi un tempo dedicati ad aspettare un treno, all’incontro talvolta magico talvolta meno fra persone, e oggi visti solo come banalissimi centri commerciali: intuibili gli accordi tra questa società (una spa tutto sommato ancora sotto una cosa chiamata Ferrovie – sic – “dello Stato”) e catene commerciali con il divieto di mettere un numero adeguato di sedili pubblici in modo da favorire l’ingresso negli spazi privati.

Ovvio che a me – e ai tantissimi come me, persone comuni che però pagano un biglietto – nessuno abbia mai risposto. Altrettanto ovvia la banalità e la cattiveria della scusa ufficiale: non mettiamo le sedute per impedire la sosta ai clochard, agli zingari, ai non consumatori. Per Ferrovie (sic) “dello Stato” conta più vendere mutande e gelati, jeans strappati e libri al chilo, panini di plastica, che ospitare viaggiatori. Chiarissimo.

Ma al Galli della Loggia di stamattina gli darei un bacio sulla gota. Ha pubblicato un ottimo corsivo, sul Corriere della Sera, prendendo per esempio Termini a Roma (ma la cosa vale anche per SMN a Firenze e per tutte le altre stazioni ferroviarie in un Paese strano e rintronato come il nostro): dimostrando come ogni stazione ormai sia luogo a elevata invivibilità proprio anche per colpa della eccessiva spinta alla dimensione commerciale.

A me, e ai tanti come me, non ci hanno mai cacato. Temo che anche Ernesto, nonostante la fama del cognome, abbia lo stesso trattamento. Ma a differenza di tanti lor signori card-dotati, dovendo aspettare un treno in ritardo, a noi povericristi – privi di tessere ma con tanto di biglietto – non resterà che accucciarsi per terra o fare la posta a quei pochi centimetri sotto il cartellone pubblicitario. “Un vero inferno”, concorda – chiuso nel suo paradiso per ricchi – quello che di nome fa Ernesto.

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