IL SOGNO DI CARLO NELL’OASI WWF

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C’è un posto magico, nel mezzo di una fra le zone che l’uomo ha ridotto fra le più brutte in assoluto, dove si possono osservare cormorani e mestoloni, alzavole e tarabusi, moriglioni e chissà quali e quanti altri uccelli impegnati, nel freddo di questi giorni, a “svernare”.

Il posto brutto sta fra l’Autosole uscita Firenze Nord e l’Osmannoro, fra l’Ikea e i Gigli, sul territorio di un Comune che se si chiama “Campi Bisenzio” avrà voluto, almeno fino a mezzo secolo fa, dire qualcosa mentre oggi è riuscito a perdere buona parte di un suo antico fascino. Il posto magico contiene la parola “stagni” e si localizza con il nome di “Focognano”: un’oasi WWF che si raggiunge in modo semplice, sapendolo, nel dedalo di incroci e rotonde, stradine e stradone, a mezza strada tra la periferia di Firenze e quella di Prato. Un luogo di bellezza e fascino, di tranquillità e rispetto, che certo piacerebbe al santo padre delle “periferie”: a quel Papa Francesco che, firmando la “Laudato Sì”, ci consegna un compito impegnativo che qualcosa ha a che fare proprio con ciò che si sta facendo negli “stagni di Focognano” e in altre zone simili della piana tra Firenze e Pistoia.

Sapevo di questo luogo, che confina con la montagnola di una discarica chiamata “Case Passerini”, ma non c’ero mai stato. Giorni fa ho avuto modo di andarci, con un collega, accompagnato dal direttore dei lavori: il biologo Carlo Scoccianti. Ho avuto modo di farmi coinvolgere in uno dei “sogni” di questa persona (collabora anche con “Libera” e con i progetti nelle terre siciliane confiscate alla mafia; passerà, come da diversi anni, parte delle sue vacanze natalizie in Sardegna impegnato in campi “antibracconaggio”; sostiene che certe cose bisogna farle “perché vanno fatte e per lasciare un mondo migliore”; non diventa certo ricco – ricco di soldi, intendo – nel dannarsi in attività che spesso sconfinano con il puro volontariato). Il sogno di Carlo, che sta (e bene) anche in quelle correnti artistiche definibili come “land art”, è “far rinascere il paesaggio antico” in un pezzo di territorio su cui l’uomo ha operato a lungo per cancellarlo, quel paesaggio, imbruttirlo e involgarirlo.

Sono entrato di prima mattina nei capanni, attorno ai tre piccoli stagni (il “Calvana”, il “Morello”, il “Calice”) dove basta un cannocchiale per osservare da vicino, senza impaurirli, esemplari di uccelli (alcuni rari. Carlo mi dice – e io mi fido – che vedere il tarabuso è cosa rara) qui arrivati, in questo periodo dell’anno, nel clima giusto per poi ripartire, in primavera, verso il Nord Europa.

Ho percorso un sentiero di evidente bellezza, anche in una stagione così all’apparenza “morta”, su una terra dove fino a qualche anno fa c’erano discariche puzzolenti, ruderi trasformati in “case” per nomadi disperati, capanni di cacciatori, rifiuti di ogni genere. Grazie a una bella sinergia fra istituzioni pubbliche e decine di volontari, oggi tutto è tornato a essere umano, naturale, bello. Non si contano le visite di scuole.

Nel ronzio dell’autostrada (la terza corsia ha comunque favorito azioni compensative di carattere ambientale) ho visto i “dissuasori” che Terna ha accettato di mettere a distanza regolare su in alto, nei tralicci, per “avvertire” gli uccelli che quei fili possono, per loro, essere pericolosi. Ho visto i lavori nel nuovo “centro visita”: muri realizzati con i sassi “faccia a vista” (sassi di fiume, levigati dalle acque che qui scorrevano millenni fa). Ho visto, in anteprima, il nuovo stagno che sta nascendo verso le sei corsie veloci che tutti noi usiamo per traversare l’Italia. Nel mezzo un’isolotto. E su questo, realizzato con materiale di recupero, un casotto che si specchia nella poca acqua in questi giorni quasi tutta ghiacciata.

Uno spazio, questo centinaio di ettari nel mezzo a tanti “non luoghi”, che dimostra come sia possibile non smarrire la ragione. E come sia comunque bello, ma anche utile, mantenere la capacità di sognare.

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