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Home»Spunti»PISTOIA: QUEL “BEN DI DIO” (CHIUSO) CHE FU CLAUSURA.
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PISTOIA: QUEL “BEN DI DIO” (CHIUSO) CHE FU CLAUSURA.

Mauro BanchiniBy Mauro Banchini15 Giugno 2026Updated:15 Giugno 2026Nessun commento4 Mins Read
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Un monastero di clausura, nel centro di Pistoia. Quello delle “Benedettine“. Una vicenda che si intreccia con la lunga storia della città e si perde nei secoli oltre che in alcuni immobili cittadini.

Nell’ultima destinazione – un palazzo lungo via Verdi già antica sede di un altro monastero – le claustrali di quell’ordine arrivarono a fine Ottocento.

E’ chiuso ormai da tre anni. C’erano rimaste solo tre suore. Tutte over 90. E tutte “trasferite” a Firenze perché lì non potevano certo restare.

Lì – e ancora prima, per secoli, in altri palazzi cittadini – hanno vissuto generazioni di claustrali. Donne di preghiera e di lavoro. Un lavoro, peraltro, di qualità e assai apprezzato dai pistoiesi.

Se ne potrebbe farci un film. Sia per il lavoro che per i rapporti, non sempre idilliaci nel corso dei secoli, fra religiose e autorità civili.

Il lavoro stava, soprattutto, negli orti: nella coltivazione di erbe e agrumi. Fra i prodotti un ottimo rosolio, arancini canditi e un farmaco contro gotta e calcoli renali. Pare di studiata efficacia scientifica.

Sentire Elena Giannarelli – già docente universitaria, a Firenze, di Letteratura Cristiana Antica e oggi preziosa “guida” in occasione di visite, appunto, guidate – raccontarci una storia piena di fascino è bello. Colpisce. Intriga. 

Ogni tanto, oggi, l’ex monastero delle claustrali benedettine apre per visite guidate. Un consiglio: siate voi credenti o miscredenti o altro, non perdete l’occasione di entrare in uno spazio così particolare: giardino e laboratori.

Purtroppo i piani superiori (ad esempio l’antica biblioteca con l’archivio del monastero) non sono visitabili: la struttura, abbandonata, non ha le necessarie condizioni di sicurezza. Troppo costosi, almeno per le fragili risorse di un ordine religioso, i lavori necessari.

E anche questo apre un aspetto delicato. Ovviamente non solo per Pistoia (ma a Pistoia di clausure oggi abbandonate ne esisteva almeno un’altra: quella, lungo la via delle Logge, delle “Visitandine“. Le ultime monache, pure loro molto vecchie, se ne andarono diversi anni fa).

Cosa farne – ecco il punto – di questi luoghi? Come fare per dare loro un futuro almeno rispettoso dei secoli di preghiere lì elevate?

Davvero l’unica possibilità sta in certe vendite (magari al ribasso e magari capaci poi di favorire, a vantaggio di qualcuno, assai prosaiche ma ricche speculazioni immobiliari) ad esempio per qualche resort più o meno di charme?

Esistono alternative? Interessa, alla città, questo tipo di tematica?

A questo ripensavo dopo aver ringraziato la prof.ssa Elena. Ma anche dopo aver ricordato un recente volume (“Chiese chiuse“, Einaudi, 2021) di Tomaso Montanari: critico d’arte che, anche da credente, pone la questione generale. E tenta anche qualche soluzione.

Il fascino di Pistoia, come noto, sta anche in alcuni spazi religiosi (chiese citate nei libri d’arte – una su tutte: San Giovanni Fuorcivitas, oggi tenuta aperta grazie alla passione di pochi – ma anche ex conventi, ex clausure) oggi alla ricerca di un ritrovato senso.

Problemi complessi. Che intrecciano ragioni di fede e di identità cittadina. Che riguardano in primis parrocchie, diocesi e congregazioni religiose. Ma anche, latamente intesa, una comunità civile che non voglia (e non è detto esista o che sia maggioritaria) smarrire la sua identità.

Problemi che avrebbero bisogno di “visione”. Sia nella sfera civile che in quella ecclesiale. Sia nella politica che nella comunità. Ma i tempi di oggi fanno a pugni, troppo spesso, con questo tipo di “visioni” dal non cortissimo respiro.

Pochi anni fa si parlò di questo spazio su via Verdi perché lì – pare su input addirittura di Papa Francesco – doveva nascere una sede per formare gli educatori delle “Scholas Occurrentes“, realtà educativa molto presente nelle Americhe latine. Paginate di cronache locali, prima dello scoppio del Covid.

Ma poi, non si sa bene come sia andata, nessuno ne ha più parlato. Tutto dimenticato.

Intanto le mura della clausura intitolata a “Santa Maria degli Angeli” stanno ancora lì. Senza suore. Senza arancini. Senza rosolio.

Senza la debole forza (o la … potente debolezza) delle preghiere ma anche senza una alternativa. Mura chiuse. A rischio abbandono. 

Camminandoci dentro, però, non è difficile ascoltare voci. Sussurri. Flebili ma chiari.

Appartengono a generazioni di monache che altrove, in città, e poi lì, e fino a tre anni fa, hanno pregato e lavorato.

Donne, umili o nobili, non prive di coraggio, cultura, inventiva. Voci che interrogano, forse suggeriscono, certo provocano.

Davvero l’unica strada possibile, per quel “ben di Dio” abituato a pregare e a lavorare, sta nella indifferenza e nell’abbandono? Oppure nel tradimento e nell’attesa di una qualche, prosaicissimo, affare immobiliare a vantaggio di altri, non certo del “ben di Dio” o del “bene comune“? Davvero?

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