Ho l’età giusta per ricordare quanto, specie qui in Toscana ma non solo, i decennali tondi fossero occasione per approvare leggi specifiche: leggi sulla Memoria di vicende storiche un tempo vicine ma che l’inevitabile passare degli anni rende sempre più lontane. Con il rischio che aumentino indifferenza e perfino ignoranza.
Prendiamo questo 2023. Sono passati praticamente in silenzio – ovvie eccezioni a parte – gli 80 anni da due date fondamentali per la storia comune di un Paese da tempo debole di memoria: il 25 luglio (crollo del fascismo) e l’8 settembre (armistizio. Con tutto ciò che ne conseguì).
Un tempo il cinema seppe regalarci capolavoli (“Tutti a casa” e “Il federale” ci regalano le foto). E in questi giorni nelle sale spopola, a proposito del 2/3 giugno 1946, un altro ottimo film: la prima prova di regia di Paola Cortellesi, con un bianco/nero che parla di ieri, ma purtroppo anche di oggi.

Siamo dunque all’inizio di un quadriennio (2023-2026) nel quale gli ottantesimi rimanderanno a ricordi fondamentali e fondativi per la nostra democrazia: le stragi naziste e la lotta partigiana, la Liberazione, la nascista della Repubblica, il voto alle donne. Non mi pare che Regione Toscana, stavolta, abbia varato una legge specifica. Ciò accadeva negli anniversari tondi precedenti aitando istituti e università, storici e studiosi ad approfondire, studiare, analizzare, valutare nuovi documenti. Insomma: fare Storia. In questo 2023 non mi pare proprio che sia stata approvata una legge specifica. Spero di sbagliare. E, nel caso non sbagli, spero che qualcuno ci pensi.
Nei giorni scorsi ho avuto modo (e soprattutto tempo) di seguire due iniziative proprio sul 1943. Molto diverse fra loro, ma entrambe interessanti e tali da confermarmi quanto la Storia sia non solo bella ma anche utile e sempre in movimento, aperta a nuove interpretazioni basate su nuovi documenti; quanto ancora ci sia da scavare (ma anche quanto ormai possa dirsi acquisito respingendo i rischi di vari revisionismi) e quanto, forse, io stesso (lontana Laurea in Storia Contemporanea al Cesare Alfieri di Firenze) abbia sbagliato a non dedicarmici di più.
Inizio con un ottimo convegno di studi (“L’Italia del 1943. La stagione dell’incertezza“) organizzato dall’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età Contemporanea insieme all’Istituto Nazionale Ferruccio Parri (la rete degli “storici” italiani che si occupano di Resistenza). Nelle tre sessioni (9 e 10 novembre) sono stati esaminati diversi punti di vista tutti legati dalla “incertezza” che segnò lo Stato e gli italiani nel passaggio tra il crollo del fascismo e l’attesa di un “dopo” tutto ancora da definire (e di questo “dopo” è stato presao l’8 settembre come data simbolica).
45 giorni di grande incertezza analizati, con una ventina di relazioni, sotto tre profili: come il nostro Paese veniva osservato dall’estero, come reagì al crollo del fascismo uno Stato, nelle sue varie articolazioni, che per un ventennio era stato fascista. E come reagirono gli italiani (militari, lavoratori, intellettuali, clero) a uno “spaesamento” che colpì tutti e tutto.
Relazioni di grande interesse. Tutte tenute da accademici, docenti o ricercatori. Speriamo presto raccolte in un volume. Iniziativa di evidente spessore culturale.

Molto diversa l’altra iniziativa. Non accademica, ma politica. E – almeno nella parte dell’analisi storica – affidata a un “esperto di storia”. Si è svolta, domenica 12 novembre, nel mio paese di residenza con il patrocinio del Comune (destra centro) e con un titolo, diciamo, dal … vasto programma (“Storia d’Italia. Dall’armistizio di Cassibile alla Costituzione passando per il trattato di Parigi“).
Evitando di evidenziare il (certo … non secondario) motivo per cui l’Italia arrivò all’armistizio da Paese sconfitto (diciamo: i vent’anni di dittatura, l’alleanza Mussolini/Hitler, le sconfitte belliche, il crollo del fascismo …), l’esperto di storia ha lamentato che l’Italia fosse stata costretta a firmare (a Cassibile e a Parigi) “cambiali in bianco”, alcune forse anche segrete, perdendo in buona parte la sua sovranità e diventando nella sostanza schiavo di poteri forti.
Carichi da novanta li ha poi aggiunti un giurista – “guru” del movimento no green pass – unendosi al filo conduttore di un pomeriggio (peraltro affollato di fan). Per la serie, para-complottista: non ce l’hanno mai raccontata nè tutta nè giusta, ci hanno sempre mentito, i libri di storia non riportano la verità, per non parlare dei media; come cittadini dovete ribellarvi, non dovete essere pupi in mano all’oligarchia dei pupari; ancora oggi continuano gli effetti perversi del diktat subito dall’Italia nel 1943 e nel 1946; la nostra Costituzione non è certo la più bella del mondo e fa acqua da tutte le parti a causa di una serie di suoi vizi genetici forse derivanti proprio dalle lontane “cambiali in bianco”; oggi i cittadini non hanno piena sovranità, i loro diritti vengono calpestati di continuo; una Costituzione giusta dovrebbe contenere solo i principi fondamentali perchè tutto il resto andrebbe lasciato all’autonomia di chi vince le elezioni. Eccetera. Compreso polemiche, aperte, contro Giuliano Amato. E, sfiorate, contro il presidente Mattarella.
Non ci voleva molto a capire il retrogusto, lo specifico ideale, dell’associazione fiorentina organizzatrice dell’evento patrocinato da un Comune politicamente omogeneo al governo nazionale (peraltro pure esso nel mirino, come l’intera classe politica del resto, dei molto radicali organizzatori): l’ambiente è quello originato dalla lotta al green pass, obbligo non certo piaciuto perchè, appunto, giudicato contrario alla libertà dei cittadini e lesivo dei loro diritti.

Tornando all’80mo del 1943 e, in generale, alle occasioni di forte Memoria che ci aspettano nel triennio, l’approccio utile, per i pochi capaci ancora di interessarsi a queste tematiche, sarebbe star dietro a iniziative di qualità; prestando fede al metodo storico che, come noto, è quello di basarsi sulla ricerca di documenti via via sempre nuovi e tali da aumentare la quantità di luce sulle vicende analizzate. Bene ricordando che nessun semplicismo più o meno mascherato, nessuna strumentalizzazione per altri fini, può rendere piena giustizia a fenomeni – in questo caso la Storia – sempre assai più complessi e sfaccettati rispetto alle loro banalizzazioni.
