Non è certo stato tenero, con i rami più alti del potere istituzionale, lui che ha scelto di occupare una fra le “poltrone” più scomode, meno gratificanti, più problematiche nelle istituzioni locali: quella di sindaco del Comune di Sambuca Pistoiese.
Aveva organizzato un incontro, una assemblea pubblica, chiedendo ospitalità in uno spazio a elevato simbolismo per una montagna che sta male ma che avrebbe tante caratteristiche non per sopravvivere ma, addirittura, per vivere e far vivere tentando perfino di cercare la mitica “felicità”: un ostello, recuperato e tenuto in piedi da una microscopica associazione dal nome (“Terra selvaggia”) che è tutto un programma.

Un ostello su un diverticolo in uno fra i cammini più noti (la via Francigena) che attraversa i confini fra terre emiliane e terre toscane; un ostello alla sommità di una frazione sambucana (o sambugana) chiamata Castello di Sambuca che ci arrivi e la strada (stretta) finisce. E ti trovi in un altro mondo.
Un incontro (“Appennini fra rivoluzione e poesia”) curato da due piccole realtà associative locali capaci di pensare in grande; quella, già citata, e l’altra dal nome (“Amo la montagna”) non meno rivelatore.

Un incontro bello. Bello per diversi motivi. In primo luogo per l’intreccio fra il linguaggio poetico (era presente, leggendo alcune sue poesie, Azzurra D’Agostino) e il linguaggio, troppo spesso prosaico, di una realtà amministrativa e politica poco capace di rapportarsi come sarebbe necessario, con la forza e l’intelligenza che sarebbero necessarie, con i temi delle terre alte.
Bello, l’incontro al Castello di Sambuca, anche per la tensione che si avvertiva nella quarantina di presenti. Una tensione, e una attenzione, sostenuta dalla presentazione di un “quaderno” (il primo di una serie speriamo lunga) che il demografo Marco Breschi – un accademico, docente all’Università di Sassari, che ha accettato di diventare sindaco nel Comune che passa come il più problematico dell’intera provincia di Pistoia – ha curato in una collana dal nome pure esso tutto un programma: “Rivoluzione Appenninica”.
Nel primo quaderno è lo stesso Breschi – da accademico, non da sindaco – a raccontare come sarà questo pezzo di terra toscana (ma quasi emiliana: qui vicino riposa, nella sua Pavana, Francesco Guccini) fra una trentina di anni. Un disastro annunciato.
Un disastro coerente con quel fenomeno generale che per pigrizia viene chiamato “inverno demografico”. In poche parole: se tutto continuerà così, gli attuali 11 mila abitanti dei tre Comuni montani (oltre a Sambuca, anche San Marcello Piteglio e Abetone Cutigliano) in pochi decenni saranno ridotti a 6/7 mila. Dovendo anche “ringraziare” quella quota di immigrati (stranieri che, se non ci fossero, il dramma sarebbe ancora più pesante) ormai diventata popolazione montanina a tutti gli effetti.
La collana sta per continuare con altri quaderni: uno sull’economia della castagna, un altro sui servizi ecosistemici (su questo torneremo), il terzo sui servizi socio-sanitari-ospedalieri nelle terre alte. Caratteristica di questo lavoro è non fermarsi alle (facili) lamentazioni o agli (inutili) nostalgismi in stile “si stava meglio quando si stava peggio”. Ambizione dei quaderni è anche quella di offrire, alla politica e alle istituzioni ma anche ai cittadini e alla società civile, spunti positivi. Proposte. Linee di intervento.

Breschi era inevitabile parlasse anche come sindaco. Specie perché aveva invitato Eugenio Giani. Tutte facili le battute sullo stile di questo antico politico già socialista (alla fine, in effetti, c’era il mitico buffet) e in pochi credevano che Giani – reduce da una giornata romana intensa, al ministero, per il futuro nientemeno che del MPS – potesse davvero salire fin lassù. E invece è salito, è intervenuto, ha ascoltato, ha promesso attenzione. Fuffa da facile retorica? Furbizia di un politico navigato? Vedremo.
Sull’incontro – sui contenuti raccontati da Maurizio Ferrari e Marco Rovai – merita tornarci sopra. Cominciando dalle domande iniziali di un sindaco-accademico che come docente universitario è abituato al fascino delle ricerche ma come primo cittadino ha imparato a conoscere gli ostacoli di governare un Comune così vasto, con così pochi dipendenti, con ancora meno risorse, con così tante strade, con così tante microscopiche realtà in estate un tantino più vive ma già da fine agosto ripiombate nel silenzio.
“Non c’è più tempo, le parole hanno esaurito la loro utilità, per le terre alte occorrono ma da subito politiche specifiche, Regione Toscana non ha una vera politica per la montagna, politici e burocrati devono capire una volta per tutte che quassù non ci sono soltanto problemi ma si possono trovare anche molte soluzioni per le città e le pianure”. Queste le domande del sindaco accademico. Merita tornarci sopra. (Mauro Banchini)
