Aver mantenuto la diocesi di Pescia, con i suoi 500 anni, avendola però collegata alla diocesi di Pistoia tramite la figura dello stesso vescovo, non è certo una sorpresa. Nel numero notevole, oggi non più sostenibile, di diocesi italiane (oltre 220 rispetto alle 107 Province), la formula scelta da Francesco (l’unione in persona episcopi. Un latino facile da tradurre) sta diventando consuetudine.
Quando un vescovo (in questo caso l’ottimo biblista Roberto Filippini, fra l’altro appassionato conoscitore di Franz Jagerstatter, contadino austriaco che di Hitler aveva capito tutto assai prima di tanti grandi, vescovi compresi, e che dal nazismo fu decapitato) quando un vescovo arriva ai 75 anni e rinuncia, il papa dovrebbe trovarne un altro per guidare quella stessa diocesi, ecco la scelta. Il papa, quella diocesi, non la chiude. La mantiene. Ma la unisce a un’altra. Dunque razionalizza cercando però di mantenere quell’insieme di storia, tradizioni, distinzioni (appunto: campanili) che insieme costituiscono forza e debolezza, identità e fragilità. E non solo per la comunità ecclesiale. Anche per quella civile.
Facile comprendere i motivi di questa scelta. Motivi in parte obbligati e in parte liberi: derivanti dalla difficoltà di mantenere strutture e poteri moltiplicati su territori vicini fra loro, ma anche causati dalla voglia di costruire modelli di Chiesa capaci di sfidare presente e soprattutto futuro in un’Italia da tempo “post cristiana”.
In questo caso specifico la continuità territoriale fra Pistoia e Montecatini/Pescia, interrotta dalla collina che “serra” la “valle” (una collina che percorrendo la Firenze-Mare in pochi secondi si percorre), è del tutto evidente. Così come dall’altra parte della diocesi, l’area empolese e soprattutto quella pratese, è molto chiara la differenza, in primis sociale ed economica, rispetto ad altre aree della stessa diocesi. In primis appenniniche.

Singolare, specie in terra toscana, che il vescovo chiamato, nella sua persona, a unire Pistoia e Pescia sia … un lucchese. Ma non è stato certo questo il motivo per cui Francesco lo ha scelto.
Così come singolare la circostanza che la Chiesa di Pistoia stia per iniziare il secondo anno del suo Sinodo diocesano: quello, oltretutto, non più dedicato all’ascolto ma alle proposte concrete. Madri e padri sinodali pistoiesi presto torneranno a riunirsi, ma troveranno una situazione davvero nuova. Con un vescovo – oggi impegnato anche in un interessante, e molto laico, cammino di ascolto nei Consigli Comunali della diocesi in cui è vescovo da 9 anni – che adesso sarà costretto a dividere le sue attenzioni con una realtà diventata più grande. Il tutto per una manciata di anni perché presto arriverà anche per lui la tappa della “candelina” numero 75.
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Situazioni come queste cominciano davvero a essere tante in un’Italia da sempre abituata ad avere “un vescovo sotto casa”. Pensiamo, invece, ad altre realtà ecclesiali nel mondo: a quelle, territorialmente enormi, dove un vescovo può visitare le sue parrocchie solo a distanza di anni. Tutto questo, nell’Italia dai mille campanili e dalle chiese ormai pressochè abbandonate in quello che sarebbe ingiusto definire come “deserto”, si affronta in due modi opposti.
O con una nostalgia cattiva e inutile, facile e falsamente consolatoria (come era bello prima, quando tutti si andava in chiesa e si facevano tante processioni …) o con una visione difficile ma esaltante, esigente ma evangelica (come stare da cristiani in un mondo all’apparenza distante ma che di autentiche testimonianze cristiane avrebbe enorme bisogno).
Vale per un vescovo a cui sono affidate due diocesi, ma vale anche per ciascun cattolico che già ora (ma soprattutto in un futuro veloce da arrivare) troverà sempre meno parroci nelle sue tante (forse troppe?) parrocchie (fra Pistoia e Pescia circa 200). Molto dovrà cambiare, nell’organizzazione e nella pastorale. Sempre maggiore il ruolo da affidare ai laici. Tutto da scoprire, ma soprattutto da praticare, il nuovo ruolo da affidare alle donne.

Occorreranno laici formati, preparati. Sia sotto gli aspetti liturgici e pastorali che, ad esempio, a proposito di dottrina sociale: troppo spesso la grande dimenticata. Persone in grado di operare, spesso in assenza del prete, in comunità capaci di essere “sale”: dunque significative, in grado di non spaventarsi davanti a ciò che potrebbe dividere perchè è molto più forte ciò che di sicuro unisce. L’Appartenenza con la maiuscola davanti alle appartenenze minuscole. Uomini e donne di fede in grado di conoscere carità abitando la speranza.
Sapendo che – e dovremmo crederci davvero, se la nostra fede di cristiani ha un senso – che la “barca” non la guidiamo noi. E affidata, specie in presenza di tempeste, ad Altro. Certo alla nostra buona volontà e alla nostra credibilità. Ma soprattutto ad Altro.
