Confesso. Faccio fatica a non provare timore davanti a una parte di questa destra. Lì conosco brave persone: sulla loro fedeltà alla democrazia ci scommetto. Non parlo, dunque, di tutta la destra. Ma di una parte: una parte che, però, oggi si sente “protetta” e sta mostrando il peggio. Anche per colpa del (vigliacco) silenzio di tanta brava gente che da quelle parti vota o milita.
Camera. Ieri. Mentre si discute il progetto leghista di autonomia differenziata (crea problemi anche fra molte persone serie che ci sono a destra e fa parte di un evidente scambio politico: il presidenzialismo alla Meloni, l’autonomismo a Salvini, la riforma della giustizia a Tajani), mentre stanno trattando questo argomento (destinato a spaccare l’Italia unita con forti rischi per le aree più fragili), un deputato di opposizione sceglie, violando il bon ton, la provocazione.
Scende nell’emiciclo. Con un tricolore. Per consegnarlo al ministro Calderoli. E’ subito, giustamente, bloccato dai commessi. Il ministro, non toccato, davanti al tricolore indietreggia come avesse visto il demonio (arcinoto cosa si volevano punire, i leghisti, con il tricolore). Il deputato viene subito raggiunto da un manipolo di parlamentari di una destra abituata a picchiare. Preso non solo a male parole ma a calci e pugni. Finisce, in barella, all’ospedale. Ferito anche un commesso.
Tutto ciò, nella stessa aula, a poche ore dalla solenne (e forse ipocrita) commemorazione dell’assassinio di Giacomo Matteotti commesso da una squadraccia fascista dietro ordine (poi rivendicato) di Benito Mussolini. Un secolo esatto fa.
Un fatto grave, ripreso dalle telecamere e dunque incontestabile, che ha fatto il giro d’Italia e del mondo gettando discredito sulle nostre istituzioni a poche ore dall’inizio del G7.
Da notare che prima dell’aggressione, dai banchi della destra erano partiti due segnali. Chiari. Qualcuno con il segno della “decima MAS” e qualcuno gridando il fascistissimo “presente”. E dopo pochi secondi giù botte al deputato: botte, per chi se ne intende, tirate giù duro, per far male, per fare danni. Botte da squadrista. Da picchiatore.
Stamani il degno proseguo. Sempre nella Camera, chiamata ad approvare il verbale di quanto accaduto ieri. Era stato preparato un verbale, nella sostanza, falso: un verbale che si limitava a definire “disordini” ciò che era accaduto e che tutti abbiamo visto. Tutte le opposizioni sono insorte.
Avendo un sacco di tempo (noi pensionati lo abbiamo) ho seguito la diretta (grazie, radio Radicale). Decine e decine di deputati, di tutte le opposizioni, sono intervenuti per chiedere la modifica del verbale: per chiedere un verbale davvero rispondente a verità, un verbale che non minimizzasse l’accaduto ma che, semplicemente, lo raccontasse nella verità sostanziale del fatto accaduto. Non “disordini” ma “aggressione”.
Dalla maggioranza (immagino con tanti deputati onesti e in cuor loro concordi nel cambiare il verbale) nessuno, purtroppo, ha avuto il coraggio di prendere la parola. Con una vigliaccheria che, nella sostanza, equivaleva a quella della decina di “onorevoli” che ieri si sono precipitati a picchiare un collega nella sacralità dell’aula.
Alla fine è stata respinta (per 42 voti) la proposta delle opposizioni di rettificare il verbale ed è stato votato il verbale nel testo originario. Ieri Ruby Rubacuori era nipote di Mubarak. Stamani una “aggressione” è stata minimizzata come semplice “disordine”.
Tutto ciò a poche ore da un altro episodio inquietante : il francobollo, emesso da Poste Italiane, società sottoposta al controllo dello Stato, dedicato a Italo Foschi, “convinto fascista, sostenitore del metodo squadrista della violenza, noto non solo per la sua fedeltà a Mussolini fino alla Repubblica di Salò e per essere stato Prefetto di Belluno per conto del Terzo Reich (mentre partigiani e civili venivano massacrati dalle SS e dalle brigate nere), ma anche per essersi congratulato con Amerigo Dumini, scrivendogli che era un eroe per aver assassinato Giacomo Matteotti” (wikipedia).
E tutto ciò in un contesto nel quale una minoranza (maggioranza solo grazie all’assenteismo di tanti) pretenderebbe di non di governare ma di comandare anche grazie a un controllo sempre più serrato dei media e a intimidazioni sempre più praticate contro i giornalisti.
C’è una sola strada davanti a un qualcosa che certo non avrà i caratteri del fascismo novecentesco sapendo bene muoversi negli ampi spazi populistici di questo inizio terzo millennio : tenere dritta la schiena, non farsi intimidire da minacce varie (chi è giornalista, ad esempio, dalle cosiddette “querele temerarie“) intensificare le azioni da cittadinanza attiva e consapevole, aumentare l’informazione (nazionale e locale) su ciò che sta accadendo e, se giornalisti, famosi o sconosciuti, respingere bavagli e intimidazioni. Anche nel ricordo di gente come Matteotti, Minzoni, Gramsci eccetera, eccetera, eccetera, eccetera …
