MEDIA CATTOLICI: VIE NUOVE?

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E se, davanti alla crisi dell’editoria, cominciassimo a percorrere strade nuove per associare i titolari di due diritti (quello dei giornalisti a informare e quello dei cittadini a essere informati)?

Ho appena letto un libro di una economista che insegna a Parigi (Julia Cagé, “Salvare i media. Capitalismo, crowdfunding e democrazia”, Bompiani 2016): propone un metodo “associativo” per far stare sul mercato, anche grazie alla partecipazione diretta di cittadini e giornalisti, testate antiche e nuove altrimenti destinate alla scomparsa o a vita grama.

Non so giudicare quanto, specie in Italia, le leggi attuali e le reali condizioni di mercato potrebbero consentire o facilitare tutto questo. Forse, nel tempo dell’economia di condivisione, sarebbero necessarie norme nuove per quello che è un sogno antico (ho gli anni sufficienti per ricordare la nobilità del progetto di azionariato diffuso tentato, con “La Voce”, da Indro Montanelli. Ma ho pure gli anni per ricordarne il rapido e triste fallimento).

Mi tornava in mente tutto questo stando, giorni fa, in una grotta di Matera (“nell’utero della terra”, avrebbe poi detto il mio amico Raffaele Luise) impegnato con il congresso nazionale dei giornalisti cattolici. Tornandomi in mente non solo la riflessione sulla Rai (se siamo “abbonati” siamo anche, ciascuno per la propria piccolissima parte, “azionisti”. Milioni di azionisti. Una condizione, di co-proprietariato, che andrebbe studiata e utilizzata forse meglio …). Mi tornava in mente pure la riflessione sul nostro essere “cattolici” in rapporto agli organi di informazione espressi dal nostro “mondo”: penso in particolare ai settimanali diocesani, al quotidiano e alla televisione nazionali. Di norma sono etichettati come “giornali dei vescovi” ed è certo così perché la proprietà, diretta o indiretta, sta nelle Conferenze Episcopali. Ed è pure una proprietà trasparente (a differenza di tante altre testate dove tutto è meno palese, più oscuro, contorto, ingarbugliato).

Mi chiedo e chiedo se accadrà mai, in questi mezzi di informazione, una proprietà più “diffusa”: una sorta di azionariato popolare tutto interno alla Chiesa “popolo di Dio”, capace di far sentire davvero come “propri” quei giornali. In teoria, almeno in teoria, oggi molti aspetti potrebbero spingere in questa direzione: la cultura della “condivisione”, la facilità nelle tecniche per raccogliere denaro (anche con piccolissime somme che però moltiplicate per milioni di persone …), la tendenza verso forme di partecipazione dal basso anche nella comunità ecclesiale, il modello “francescano” di Chiesa cattolica …

Non potrebbe essere quella dei credenti in Cristo – con tutte le sue diversità e tutto il suo pluralismo, con la caratteristica delle tante appartenenze ma in contemporanea dell’unica Appartenenza – la comunità … ideale per tentare nuove forme, nuovi contenuti, nuovi statuti anche nella difesa di quel bene comune rappresentato dall’informazione?

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