Massimo Giletti non è, a pelle, fra i giornalisti che preferisco. Ma la sua inchiesta di stasera (Rai3) sulla fine di Benito Mussolini non me la perdo.
Sono anni, direi decenni, che presto attenzione attorno a ciò – per alcuni aspetti ancora misterioso – che a fine aprile 1945 accadde in quella meraviglia di Creato sul lago di Como.
L’epilogo di una dittatura durata un ventennio – e che con gli applausi di quasi tutti aveva condotto alla grande tragedia portando alla rovina il Paese intero – mi ha sempre colpito. Per vari aspetti.
La figura del duce: grande seduttore che tenta di fuggire come un vigliacco qualunque; travestito da soldato tedesco, con pochi fedelissimi e con una parte di un “oro della Patria” sottratto, tempo prima, a tanta povera gente che in lui aveva creduto.
L’amore per il suo “Ben” della giovane, e controversa anche per i suoi rapporti con i nazisti, Claretta. Avrebbe potuto lasciarlo al suo destino, ma scelse di stargli accanto finendo pure lei brutalmente uccisa.
Le modalità vere di quella uccisione dopo l’ultima notte dei due amanti passata insieme: chi uccise, come furono uccisi.
Il “mistero” sul carteggio Mussolini/Churchill con il suolo di diversi Servizi Segreti. Chi prese quello che fu chiamato “oro di Dongo”.
E sono contebnto che mia figlia – “portata” fin da bambina su quelle stradine di Giulino di Mezzegra, sulla Tremezzina, a rendersi conto di com’era finita la dittatura – abbia scritto un libro (per ragazzi ma non solo) sul partigiano Pier Luigi Bellini delle Stelle, nobile fiorentino che aveva studiato al Classico Forteguerri di Pistoia. Lui, “Pedro”, comandava il gruppo di partigiani che, vicino a Dongo, arrestò il duce. Altri partigiani, subito dopo, se ne impadronirono.
Non ha senso, oggi, chiedersi se sarebbe stato meglio processarlo – il Duce – oppure se abbia fatto bene chi lo uccise. Ha invece senso ricordare che noi, italiani, i conti veri e completi con il fascismo mai li abbiamo fatti nonostante che siamo stati noi a inventarlo, il fascismo.
Chissà se mai, prima o poi, sapremo l’intera verità su ciò che accadde in quelle ore di quei pochi giorni in quei paesi fra Italia e Svizzera.
Chissà, ad esempio, se quel “carteggio” Mussolini/Churchill esiste ancora o è stato distrutto.
La cosa comunque vera, capace di insegnarci qualcosa di eterno, è che ogni dittatura, prima o poi, finisce: ogni populismo (compreso quelli contemporanei) mai può sopravvivere alle tecniche (sempre più efficaci) per ingannare chi vuol farsi ingannare e/o chi non possiede gli strumenti per resistere agli inganni.
Ogni populista, alla fine, finisce per farsi smascherare. Travestito o meno mentre cerca di scappare. Soprattutto dalle sue responsabilità.
