A quasi mille giorni dall’incendio che nell’estate 2023 fa bruciò amianto in via Lombarda, c’è un rischio: quello che i riflettori, in verità mai stati troppo accesi, finiscano per spengersi del tutto. Dopo la sentenza TAR che ha dato torto al sindaco per come aveva fatto le sue ordinanze, ancora restano diverse cose: quando i rifiuti con amianto sono stati “sigillati”? Per quanto tempo, prima, sono rimasti “non sigillati”? Quando fu chiusa la stalla, i buoi erano già scappati? La nostra salute, in quel periodo, è stata o no messa a rischio? Chi, adesso, deve pagare le spese ingenti (154 mila euro?) per portare via in sicurezza quei rifiuti? Quando ciò avverrà? Davvero quell’incendio fu “doloso”? E chi fece quel “dolo”? (mb)

UNA VICENDA DA FAR DIMENTICARE? – Si infittisce, invece di chiarirsi, la vicenda sull’amianto bruciato in Lombarda. L’impressione, speriamo errata, è che si tenti di minimizzare l’accaduto in modo da farlo finire, piano piano, in un sostanziale dimenticatoio.
Sono trascorsi circa 950 giorni da quel grande rogo che la notte fra il 29 e il 30 luglio di tre anni fa devastò una parte di area produttiva al confine con Carmignano.
Crollò il tetto di un capannone: tetto composto anche di amianto. Si determinò subito un pericolo per la salute pubblica. A denunciarlo fu lo stesso sindaco, già nella sua prima ordinanza (agosto 2023).
Ne nacque una vicenda complessa finita al TAR e su cui ha indagato anche la Procura. Un mese fa è uscita la sentenza del TAR.
Il Comune era stato portato in giudizio dal proprietario del capannone. Sotto le lenti della magistratura amministrativa erano finite le ordinanze emesse dal sindaco.
Fra l’ottobre 2024 e l’ottobre 2025, a conferma della complessità, le parti hanno depositato al TAR quasi una trentina di atti.
Alla fine, il ricorso del proprietario del capannone contro il Comune è stato giudicato “fondato” e “accolto”. Le ordinanze del sindaco sono state “annullate nella parte in cui ingiungono la predisposizione di un piano di intervento e lavoro per la rimozione rifiuti”.
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UNA COSA DAVVERO “PICCOLA”? – Per adesso, su questo processo, il Comune ha dovuto accollarsi, in spese legali, già quasi 9 mila euro. La vicenda è tornata per un attimo all’attenzione pubblica, ma sembra di nuovo sparita.
Eppure sarebbe importante capire come davvero sono andate le cose e cosa, adesso, deve succedere. Sembra, invece, che meno se ne parli meglio sia. Il manzoniano “sopire, troncare … troncare, sopire” pare il motto più gettonato.
Fin da subito il sindaco minimizzò. Disse che era solto “una piccola cosa”, che tutto era a posto.
Palandri è tornato a parlarne, minimizzando, nell’ultima seduta di Consiglio, il 25 febbraio. Qui (dal minuto 2:14 al minuto 5:14) le sue parole.
I punti importanti sono quattro. Quattro le ammissioni del sindaco.

ORDINANZE SBAGLIATE – In primo luogo l’ammissione di aver indirizzato le sue ordinanze (quelle per cui è stato portato in giudizio al TAR: quelle su cui è stato sconfitto) non alla persona giusta ma “alla persona sbagliata”.
Il TAR ha infatti stabilito che Palandri ha sbagliato. Le ordinanze, in effetti, non dovevano essere rivolte – come il sindaco ha fatto nelle varie puntate di questa contorta vicenda – al proprietario del capannone. Il sindaco doveva rivolgerle a qualcun altro: non al proprietario, ma all’affittuario.
Un errore, diciamolo pure, che non fa fare una gran bella figura al primo cittadino.
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RIFIUTI CON AMIANTO ANCORA LI’ – In secondo luogo il sindaco ha ammesso che adesso il Comune dovrà emanare “un atto nuovo”. Rivolto a chi, adesso, dovrà “ottemperare”: cioè, presumibilmente, nei confronti di chi adesso dovrà spendere soldi per togliere quei rifiuti.
I rifiuti con amianto sono infatti ancora lì: sia pure “sigillati”, stanno nel capannone semidistrutto nell’estate 2023.
In un precedente atto, rispondendo a una interrogazione dell’opposizione, fu lo stesso sindaco a indicare la cifra (154.526,00 euro) necessaria per il “piano di lavoro”.

STALLA CHIUSA CON BUOI GIA’ FUGGITI? – In terzo luogo, il sindaco ha ammesso che i rifiuti con amianto sono stati “sigillati” non subito dopo l’incendio dell’estate di tre anni fa, ma soltanto “un anno e mezzo fa”.
Se queste parole sono vere, e non c’è motivo per dubitarne, questo vuole dire che la sigillatura (la chiusura ermetica, la messa in sicurezza efficace) di quei rifiuti con amianto sarebbe avvenuta soltanto nella seconda parte del 2024.
E ciò confermerebbe scenari ancora da chiarire sul fatto che per molto tempo (dal primo agosto 2023 fino almeno a tutto l’anno successivo), quei rifiuti sono stati lasciati liberi. Non sigillati.
Tutti conosciamo il detto contadino della stalla chiusa troppo tardi: quando i buoi erano già fuggiti. E’ successo questo?
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AMIANTO SIGILLATO: MA DA QUANDO? E PRIMA? – In quarto luogo il sindaco ha ammesso che a oggi “non sussiste alcun problema”. A oggi quei rifiuti sono “sigillati” e a oggi non esiste problema per la salute pubblica.
Sbaglia dunque – aggiunge Palandri – chi, credendo di fare libera informazione a cittadini che avrebbero il diritto di conoscere ciò che è accaduto, diffonde solo “allarmismo” rispetto a una situazione oggi sotto controllo.
Come evidente, andrebbe almeno chiarita la data esatta nella quale quei rifiuti sono stati “sigillati”. Questo per capire il periodo esatto nel quale quei rifiuti non erano “sigillati”.
Vale poco, su un incendio avvenuto quasi tre anni fa, minimizzare che oggi (quasi tre anni dopo) nulla crea problemi alla salute pubblica, se in parallelo non si danno tutte le informazioni necessarie a capire quanto è durato il tempo prima della sigillatura.
Ammesso che il rischio adesso non ci sia, come essere sicuri che prima non ci sia stato? E per quanto tempo i rifiuti con amianto sono stati lasciati liberi?

“SALUTE PUBBLICA IN PERICOLO”: SINDACO DIXIT – Quando il sindaco emise la sua terza (e per adesso ultima) ordinanza, quei rifiuti non erano ancora stati “sigillati”. Era il 3 marzo 2025. Un anno fa.
Dal giorno dell’incendio era già passato ben un anno e mezzo. Con rifiuti mai, fino ad allora, protetti nel modo giusto. Ci sono foto a testimoniarlo, ci sono articoli. Ma c’è soprattutto un atto dello stesso sindaco.
Fu in quella ordinanza (qui l’atto) che con parole allarmanti, dopo circa 500 giorni dall’incendio, Palandri ammise il problema.
Ammise, cioè, “la permanenza di materiali di amianto pericolosi per la salute pubblica” nonché “la necessità di intervento e di rimozione dei materiali contenenti amianto”.
In questo atto – un anno fa – Palandri aggiunse che “persiste il pericolo concreto e attuale che impone di provvedere in via d’urgenza per porre rimedio concreto a tutela della pubblica incolumità per la salute pubblica, imponendo la rimozione del materiale costituito dai rifiuti speciali pericolosi”.
Tutto questo si basava su un sopralluogo effettuato, con ripresa video, qualche giorno prima da ARPAT. “Su tutta la superficie del capannone – scriveva ARPAT dopo il sopralluogo effettuato l’8 gennaio 2025 — è presente un ammasso di rifiuti incendiabili … mescolati a rifiuti speciali pericolosi contenenti amianto e derivanti dal crollo della copertura”.
Parole durissime. E gravi. Parole che portano, in un atto ufficiale, la firma del sindaco: prima autorità locale di protezione civile e di sanità pubblica.
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UN INCENDIO DOLOSO? – In tutta questa vicenda c’è poi, a renderla ancora più complicata, il non lieve “dettaglio” sulla presunta dolosità dell’incendio stesso.
Nella sentenza del 3 febbraio 2026 (qui il testo) il TAR scrive che il Comune di Poggio, nel fare le ordinanze, ha “omesso” di ricostruire il profilo della responsabilità dell’incendio.
Il TAR aggiunge una notizia: quella secondo cui, a Prato, la Procura della Repubblica aveva già concluso le indagini preliminari a carico dell’affittuario (un imprenditore cinese) accusandolo “di aver cagionato volontariamente l’incendio”.
Situazione delicata, per evidenti motivi, in un’area così a rischio com’è da tempo Prato. Situazione, peraltro, che già il sindaco aveva anticipato, fornendo anche il nome dell’imprenditore cinese, nella sua risposta (del 10 luglio 2025) al consigliere di opposizione Gianluca Pucci.
Da tale risposta si capiva l’esistenza di un contrasto (su chi doveva e deve pagare le spese: i 154.526 euro) tra proprietario e affittuario.

COLPO DI SCENA – Pochi giorni dopo, il 19 febbraio scorso, ecco però un colpo di scena. La cronaca locale de “Il Tirreno”, sulla base di quanto dichiarato dagli avvocati dell’imprenditore cinese, ha pubblicato una notizia importante: l’incendio in quel capannone fu sì doloso, ma ad appiccare il fuoco non fu quell’imprenditore cinese ma qualcun altro.
La fonte è la stessa Procura della Repubblica che, dopo aver indagato quell’imprenditore, ne ha chiesto l’archiviazione perché nei suoi confronti non sono emersi elementi di colpevolezza.
Giustamente “Il Tirreno”, nel dare la notizia, ha ricordato anche alcune parole, in effetti inquietanti, a suo tempo pronunciate dall’imprenditore cinese (“Qualcuno mi vuole male”). Cosa c’è dietro a questo incendio?
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COME SONO ANDATE LE COSE? – Riusciremo mai a capire come sono andate le cose in quell’incendio di quasi tre anni fa? Chiedere questo non è “allarmismo“, ma onesto contributo alla necessità che emerga la verità.
Se è vero che oggi i rifiuti con amianto sono tutti sigillati a regola d’arte e che dunque la salute pubblica oggi non è a rischio, si può sapere in che giorno esatto tale sigillatura è stata fatta?
Nel lungo periodo – diciamo oltre un anno – in cui tale sigillatura a regola d’arte non c’era e i rifiuti giacevano liberi, la salute pubblica è stata o no a rischio?
Qualcuno (ad esempio il Comune) può certificare che la salute pubblica allora non era a rischio e che tutto, in quella situazione, era a norma?

CHI PAGA LE SPESE? – E quei rifiuti con amianto, oggi sigillati, chi deve portarli via? Per quanto tempo resteranno ancora lì?
Ora che il Comune – come ha ammesso il sindaco – deve emettere un altro atto perché chi di dovere “ottemperi” (immaginiamo a portare via quei rifiuti, tramite le rigide regole previste in questi casi), a chi il Comune stesso indirizzerà tale atto? Al proprietario del capannone? All’affittuario? Ad altri?
E se, come facile intuire, ci saranno spese da sostenere (i 154.526 euro indicati da Palandri? Altra cifra?) chi sosterrà tali spese? Il proprietario? L’affittuario? Altri?
Non è che tutto, alla fine di un caso così contorto, finirà per ricadere sulle spalle del Comune e quindi dei cittadini?
Non sarebbe il caso, da parte del Comune, di puntare sulla trasparenza? Perché, ad esempio, non pubblicare, sul sito del Comune, tutti gli atti depositati al TAR? I cittadini non hanno diritto di conoscere?
POGGIO (A CAIANO) E BUCA di Mauro Banchini n. 147 del 9 marzo 2026
