Sono uno di quelli che la domenica mattina – diciamo quasi sempre – fa una cosa all’apparenza folle. Alternativa. Stravagante, almeno agli occhi di tanti – che ormai sono maggioranza – in un’Italia ancora ufficialmente “cattolica”.
Vo a quella cosa chiamata Messa o, per chi parla complicato, Eucarestia: un’oretta (in certe chiese se la cavano in assai meno tempo) dove accadono cose strane. Talmente strane che a un certo punto, centrale, si sostiene che un’ostia si trasformi nel corpo di Dio, insieme a un po’ di vino (decisamente santo) che dello stesso Dio è addirittura il sangue.
Talmente strane, le cose che accadono, che poco dopo tutti o quasi si mettono in fila nientemeno che per prendera in mano, un’ostia simile, dunque il corpo e il sangue di Dio, per poi portarla in bocca e mangiarla: farla diventare parte del nostro corpo.
Ho un’età che mi consente di ricordare come al catechismo, da bambini, ci spiegavano che quel pezzetto di pane non andava mai morso (perchè Dio avrebbe … sofferto) ma andava lasciato sciogliere lentamente. E così, ormai da una vita, personalmente faccio. Non si sa mai che, dopo, Qualcuno, di Là, mi criticasse non solo per il resto ma anche per quei morsi.
Quell’oretta scarsa inizia con tre letture. L’ultima la legge il prete. Le altre due uno, o una, che non è certo prete. Spesso il microfono non funziona bene. Spesso fischia. Talvolta, salvo eccezioni lodevoli, chi legge (a volte perfino il prete) pare partecipi a un campionato di lettura veloce aspirando ad arrivare primo mentre invece la solennità, e direi perfino la bellezza della Parola (così si chiama), meriterebbero un’attenzione e una lentezza adeguate.
Poi ci sono i canti. In qualche raro caso mi ci metto pure io (non a cantare – che sono abbastanza stonato e ho polmoni non adeguati a reggere lo sforzo – ma almeno a imitare chi canta). Provo in genere nostalgia per i canti in gregoriano che quando li sento vo in brodo di giuggiole. Ma anche per il suono dell’organo, ormai difficolissimo da ascoltare. Qualche canto di quelli contemporanei mi piace. Altri li trovo bruttini, ma non mi metto a questionare su tali quisquillie.
A un certo punto, almeno nelle Messe domenicali, il povero prete (che insieme ai suoi colleghi – sempre meno come numero – ha sempre un sacco di cose da fare, un sacco di Messe da celebrare, un sacco di altri impegni che diventano sempre più pesanti con l’età che avanza) a un certo punto il prete comincia a parlare. Trattasi dell’omelia, o come si diceva noi antichi chierichetti (che ci si divertiva un sacco a far casino fregandocene della sacralità del contesto) trattasi della predica.
Arte difficilissima. Anche perchè non si trova mai, fra gli ascoltatori, chi è contento di quei 10/15 minuti di predica. Troppo lunga o troppo corta, troppo disincarnata o troppo politica, non si capisce un tubo oppure si capisce che la legge. Provateci voi, mi verrebbe da dire.
Dopo si leggono le preghiere. E mi chiedo sempre, nei casi che le preghiere vengano composte da qualcuno fra noi, come faccia il buon Dio a esaudirle senza stancarsi per la loro lunghezza. Di parole, con i famosi dieci comandamenti, lui ne usò molte meno. Ma pure questa è una quisquillia.
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Tutta questa premessa, riferita a un evento nel quale ci sarebbero anche altri dettagli, per dire una cosa: se noi che tutte (o quasi) le domeniche si partecipa a quel rito dove succede tutto questo, ma dove soprattutto il Dio in cui crediamo (o in cui diciamo di credere) tramite il prete – uomo come noi, pieno come ciascuno di noi di pregi e difetti, di coerenze e tradimenti – diventa quel pane e quel vino per essere, da ciascuno di noi, addirittura “mangiato“, se noi ne fossino davvero consapevoli, sai tu che casino rivoluzionario potremmo e dovremmo fare?
Un’altra cosa, stavolta sulle tre letture (e magari sulla quarta, chiamata “salmo responsorale”: quella che noi ci prestiamo poca attenzione ma che ci mette nelle orecchie parole antiche di una bellezza, e di una sinteticità, spesso entusiasmanti e perfino attuali).
Come tutti, salvo lodevoli eccezioni, non sempre ci presto, alle letture in chiesa la domenica, la dovuta attenzione. Nell’era dell’immagine ma anche, purtroppo, al tempo della sempre maggiore incapacità di capire ciò che si legge e si ascolta quando dopo pochi secondi l’attenzione va sempre altrove, spessso mi ritrovo a giocare con un personalissimo escamotage.
Per tenere a mente – o per non scordare subito – ciò che ho ascoltato, mi guardo il foglietto (oppure se il foglietto non c’è, scorro il display dove è facilissimo trovare le mitiche “letture del giorno”) e cerco di sintetizzare in una parola, in un’immagine, ciò che ho appena sentito. Un “gioco”. Forse inutile. Che farà ridere chi, sul serio, studia e conosce l’antico e il nuovo Testamento.
Le letture di oggi, 22 ottobre 2023, le sintetizzerei ad esempio con tre immagini “cintura, Spirito, moneta“. Sono certo di dire castronerie sul piano “tecnico”, ma mi spiego. E mi scuso.
Il profeta Isaia (prima lettura) racconta come il Signore abbia preso, come suo eletto, un tale (Ciro, uno di fuori, un persiano) avendolo preso anche “per sciogliere le cinture ai fianchi dei re“. Mi sono immaginato la cintura che regge gli abiti ricchi di un potente re. E subito dopo ho visto quel Ciro che, eletto da Dio, scioglie quella cintura e dunque limita il potere (forse l’arroganza) del re. Certo è una fesserie, ma intanto l’immagine della cintura non mi fa scordare del tutto la prima lettura.
Nella seconda è san Paolo che scrive ai tessalonicesi (se ho capito bene: gli abitanti dell’attuale Salonicco. In Grecia). Dice loro che il Vangelo si diffonde non solo per mezzo della parola ma anche grazie a quella cosa strana chiamata “la potenza dello Spirito Santo“. Ecco dunque la seconda immagine che mi porto dietro. Spirito, con la “esse” maiuscola. Difficilmente dimostrabile. Impossibile da tradurre in una immagine. Se non – e a me piace un sacco – nell’immagino del vento. Una roba che non la vedi com’è fatta, ma la vedi all’opera, la vedi dai frutti, dalle conseguenze. Può essere tempesta, ma anche brezza.
Quanto alla terza immagine che oggi mi porto dietro (moneta), quella è davvero facile. Il Vangelo racconta la trappola che chi voleva male a Gesù (i farisei, con gli erodiani) tentò di ordirgli. Se ne parla ancora dopo quasi duemila anni. La domanda trabocchetto era quella – oggi in Italia molto bene risolta, pro domo loro, dagli evasori delle tasse – se fosse lecito pagare il tributo (diciamo: le tasse) a Cesare (diciamo al potere dello Stato).
Dietro c’era una trappola, ma Gesù che tanto bischero da cascarci proprio non doveva essere, spiazzò tutti con quello che poi è diventato uno fra i motti più famosi. E non solo del Vangelo. “Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio“.
Una ganzata con cui Gesù non solo fregò chi gli voleva male (sono ancora lì che si chiedono che cavolo volesse dire) ma con cui, lui, il figlio di Dio, inventò quella roba complicata ma affascinante chiamata laicità: separazione dei poteri. E sempre mi chiedo come tanti bacchettoni, anche oggi abituati a mostrare crocifissi e coroncine del rosario per finalità politiche, possano continuare a farlo senza provare, almeno prima di addormentarsi, un po’ di sano imbarazzo.
Insomma. le mie tre parole, le mie tre immagini (cintura, Spirito, moneta) mi aiutano a non scordare ciò che stamani ho sentito leggere in chiesa. Invidio tantissimo quelli che, avendo studiato e studiando, riescono sul serio a approfondire le grandi verità che, anche restando laici e magari avendo pure non pochi dubbi, si trovano conservate nelle antiche pagine. Originate in quel Vicino Oriente dove oggi, al posto del miele, scorre tanto sangue.
