CHIESE CHIUSE: UN VERO PECCATO

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Porte aperte nelle chiese, a qualunque ora. Ci insiste spesso, Papa Francesco, ed è tornato a farlo anche poche ore fa, estendendo il concetto alle parrocchie e lamentando un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti, che certo trova spiegazioni anche convincenti, che tuttavia meriterebbe uno sforzo di superamento.

Le chiese, intese come spazi che ospitano l’Oltre e che all’Oltre invitano a puntare, troppo spesso – al di là degli orari canonici in cui sono previste le “funzioni” – sono e restano tristemente chiuse. Non mancano eccezioni, ma anche in questi casi è difficile trovare edifici sacri aperti in orari particolari (il primo pomeriggio, dopo cena …). Evidenti i motivi: la scarsità numerica del clero, la sua anzianità anagrafica, l’assenza di aiuti, la sicurezza delle opere d’arte, i vandalismi …

Eppure quando capita, e talora capita, di trovare una chiesa aperta e di entrarci al di là delle funzioni ordinarie, eccoti catapultato in un oltre che costringe, credente o meno che tu sia, a fermarti almeno per qualche istante. E, magari, a riflettere se non proprio a pregare (attività – sostare, rallentare, pensare, pregare – oggi assai alternative, perfino rivoluzionarie).

Io amo entrare in una chiesa quando non c’è nessuno (oltretutto d’estate c’è pure fresco. Oltretutto, tranne certe grandi chiese-museo, non si paga: è gratis). Amo trovare, dove c’è, il leggio aperto sulle letture del giorno. Amo sedermi su una panca nel silenzio, ma resto anche convinto circa l’utilità di musica sacra (organo in particolare) messa in non sguaiato sottofondo.

Nessuno, in una chiesa deserta, vuole venderti qualcosa e puoi perfino, in certi casi, farti una preziosa riserva di quel particolare ossigeno (ripeto: credente o meno che tu sia) chiamato “senso”.

Che bello se questi continui appelli di papa Francesco a tenere aperte le chiese, anche in orari “strani”, fossero accolti nel più generale invito a favorire le forme di accoglienza. Che bello se nei programmi pastorali dei vescovi ci fossero anche linee organizzative in tal senso, magari partendo da qualche saggia sperimentazione. Che bello se le amministrazioni pubbliche si rendessero conto, e cooperassero, su questo tipo di frontiera (una chiesa aperta, magari con le sue opere d’arte visibili, può essere incentivo anche per forme di accoglienza turistica). Non si potrebbe, ad esempio, dar vita a specifiche staffette di volontariato, con persone appositamente formate, disponibili a prestare questa forma di servizio alla comunità ecclesiale, ma anche a quella civile?

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