A SCUOLA DI PREDICA

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Alzi un dito chi può dire, fra quelli che vanno regolarmente a Messa o anche fra chi ci capita di rado magari a un funerale o a un matrimonio, di non aver mai provato un brivido davanti all’omelia: un brivido di dispiacere davanti a occasioni, di annuncio evangelico, spesso perdute o spesso sottovalutate. Difficile, in verità, fare omelie (prediche) che contentino tutti, giovani e anziani, colti o meno, innovativi o tradizionali, destri o sinistri: mettiamoci per un po’ anche nei panni di un povero parroco, di campagna o di città importa poco, costretto a parlare, spiegare, attualizzare fra gli obblighi di una dimensione verticale e quella di una orizzontalità oggi assai condizionata da linguaggi mediatici. Compito arduo.

Ecco perché ho letto con attenzione, oggi su “Avvenire”, la notizia su una “scuola”, per preti e seminaristi, voluta dalla CEI che da settembre coinvolgerà una quarantina di diocesi per “insegnare a predicare”. Una proposta – scrive Stefano Proietti – “per scongiurare il rischio di parlare a vuoto”. Rischio terribile quando la parola ha a che fare con la Parola. Specie al giorno d’oggi, con un Papa così comunicativo come Francesco,

E allora mi torna in mente una cosa che ci inventammo, a Pistoia, esattamente 20 anni fa: un corso formativo, con tanto di prove finali, per aiutare i parroci a farsi capire meglio in quei 10, strategicissimi, minuti di Santa Messa: il tempo della “predica”. Chiamammo pure un attore (e la cosa “bucò” perfino la stampa internazionale, con il vescovo di allora – Simone Scatizzi – intrervistato a destra e a manca): il mitico Paolo Coccheri, inventore delle “ronde dalla Carità”.

Giustamente Coccheri premise che l’obiettivo non era “far diventare attori” i parroci, ma aiutarli nell’arrivare “al cuore e alla mente” dei fedeli. Ieri, come oggi, bombardati dalla debolezza delle parole. Ma ieri, come oggi, bisognosi della forza di una Parola diversa. Diversa e diversiva.

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