SMARTPHONE, SOCIAL, ALGORITMI E MEDIA ETICA

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“ Mia figlia, 10 anni, è l’unica che in classe non ha uno smartphone ”. Stupisce non poco (stupore apparente) che a raccontare questa singolarità sia Federico Badaloni, architetto della informazione web nel gruppo “Espresso”. Stava parlando al corso formazione Ordine Giornalisti Umbria nel contesto della scuola Ucsi svolta giorni fa ad Assisi e intitolata a Giancarlo Zizola.

A un certo punto, proprio lui, ci ha comunicato questa singolarità oggettiva in uno scenario (bene evidenziato dal rapporto 2016 UCSI-CENSIS sulla comunicazione) di un’Italia dominata dagli smartphone, dove non pare strano a nessuno che il regalo più gettonato per la Prima Comunione sia, appunto, un costoso telefonino.

“Spiegategli almeno, a queste creature – ha aggiunto Badaloni – come si usano questi strumenti”. Laddove il concetto di “uso” non è certo da ricomprendere nella capacità di smanettarci (in questa, i piccoli sono bravi per conto loro) ma nell’obbligo di “capirli”, di conoscere regole – ad esempio nei social – non considerate ma su cui si dovrebbe riflettere bene anche per evitare inevitabili, spesso drammatiche, sorprese successive.

Aveva appena terminato, Federico Badaloni, di lanciare un appello (“fondate un movimento per la liberazione degli algoritmi”) che meriterebbe di essere ripreso, studiato e rilanciato visto il dettaglio, non lieve, che tutto o quasi, in rete e nei social, si basa su formule matematiche tanto sofisticate quanto segrete. “Gli algoritmi dovrebbero essere chiari e trasparenti, ciascuno dovrebbe poter conoscere come funzionano, i codici dovrebbero poter essere disponibili”.

Detto non da un complottista, ma da uno che il web lo approccia con sapienza invitandoci a riflettere anche su un altro profilo: la distanza fra le origini democratiche di Internet (ricordate? I sogni, l’utopia di una democrazia globale dove uno è uguale a uno …) e la assoluta segretezza, davvero da “grande fratello”, di Facebook e simili: singoli privati sempre più, e sempre meglio, padroni di un mondo che non ha strumenti di controllo democratico per il loro enorme potere.

Rivolgendosi a una platea di giornalisti, Badaloni ci ha invitati a fare niente altro che “il nostro lavoro”: aiutare a disvelare ciò che altri vorrebbero tenere nascosto. “Non è tecnologia, è cultura. Non è difficile, è solo faticoso”.

Tutto questo – specie qui in Italia dove all’enorme numero di smartphone si unisce l’enorme divario fra i pochi che sanno dominare e i molti che sono dominati – può avere a che fare con il tema della povertà educativa minorile. Fra governo e Fondazioni bancarie sono stati stanziati 400 milioni in tre anni, cifra comunque importante: stanno per partire i bandi. Non sarebbe male se anche questo tipo di scenario (come ci si approccia davanti al potere enorme della rete con le sue potenzialità ma anche con i suoi rischi? Famiglie e scuole, ma anche parrocchie e società civile, sono davvero attrezzate?) potesse rientrare in questi bandi.

Alla figlia di Badaloni e alla sua (non semplice, immagino) resistenza contro il pensiero dominante ho ripensato ascoltando un racconto, convergente, di una insegnante (media inferiore) ancora colpita dalla risposta di una mamma. Saputo che la piccola (prima media) stava a ore intere sul cellulare, l’insegnante ha provato a parlarne con la mamma ottenendo, in risposta all’invito di “controllare” cosa facesse la bambina con quello strumento tutto quel tempo, una considerazione sconcertante. “Anche se volessi controllare, proprio non potrei: mia figlia nel telefonino ha messo un codice di accesso. Sa, professoressa, per via della privacy”.

Già, appunto: la mitica praivasi !

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