Ovunque, e non solo nel sud dove con le luminarie hanno un rapporto particolare, per un mese abbondante tutti i Comuni, grandi e piccoli, arrivati in vista del Natale, mettono soldi pubblici in favore di luminarie (talvolta belle, talora pacchiane) su strade e piazze.
Fa allegria – si dice – fa serenità e gioia, fa tradizione, fa Natale. Ma soprattutto si ipotizza che sia questo un modo efficace per agevolare un commercio di vicinanza sempre più in difficoltà a causa di fattori assai difficili da essere sconfitti. Magari bastasse qualche lucina, qualche addobbo più grande per rianimare questo tipo di fondamentale e prezioso commercio.
Certo mi sbaglio, ma a me le lucine natalizie – un po’ come i carri di Carnevale – fanno l’effetto opposto: mettono tristezza. Certo mi sbaglio ma ho il sospetto che servano a poco, facciano spendere – con il corredo di tutto il resto – soldi pubblici a Comuni già in difficoltà consumando energia e facendo contente, soprattutto, le aziende del settore: quelle che mettono le lucine.
Il resto, compresa la speranza che siano utili ad animare negozi di strada, temo non si agganci con questi metodi. Ci sono poi, ovunque, vagonate di finti mercatini natalizi dove in genere si vende roba scadente, ondate di energivore piste di pattinaggio su ghiaccio, prevedibili casette di Babbo Natale e così via. Ripeto: certo sbaglio io, ma a me metton voglia di sbadigliare.
In ogni negozio, più o meno grande, da metà novembre sono in vendita dolci natalizi (se artigianali costano un occhio della testa, se industriali rovinano lo stomaco) che comunque stancano subito e banalizzano l’antica attesa di una festa sempre meno significativa.
Chi ci crede (nel racconto dei Vangeli) sa che il Natale Santo va cercato altrove. Ma a tentare di crederci, in un contesto secolarizzato, siamo sempre meno. Avvento, da un pezzo, è parola vuota.
Ma pure chi crede al Natale come semplice festa qualunque, in cui scambiarci auguri laici non di “buon Natale” ma solo di “buone feste”, credo ne abbia le palle piene di una retorica fatta di banalità, ritualità, lucine, finzioni, panettoni scadenti, pandori indigesti, allegria finta.
Possibile – oltretutto avendo davanti tragiche e sconvolgenti immagini di guerra. Alcune, oltretutto, così vicine a Betlemme – possibile, oggi, passare il periodo natalizio in altro modo? Cercare autenticità? o addirittura spiritualità?
Possibile farsi mettere in discussione, si sia noi credenti nel Bambino oppure indifferenti o credenti in altro? Cercare le luci non negli addobbi pagati dai Comuni (con i soldi nostri) ma nelle sconfitte (e nelle vittorie) di chi ti sta vicino? Esistono modi più sostenibili di un finto mercatino di Natale, di una prevedibile pista da pattinaggio su un ghiaccio costruito e plastificato per cercare quella allegria, quella serenità, quella pace a cui aspiriamo?
Esistono altri modi, specie dove comunità intere siano state colpite da qualche disastro (esempio le alluvioni) per “illuminare” le nostre piazze con una luce diversa? Davvero gioia e serenità (oggi e sempre così necessarie) sono spinte dai led colorati che si spengono e accendono al ritmo dolciastro del solito spot? Davvero è questa la “tradizione” da mantenere? Davvero quel sindaco che rinunciasse a spendere quei soldi in luminarie per favorire azioni di solidarietà (interna o internazionale) verso chi soffre sarebbe preso a calci nel sedere da tutti noi?
Davvero della mitica colomba dell’ingenuo Totò (“Miracolo a Milano“) si è persa ogni traccia? Cosa fare, insieme, per ritrovarla? E per riuscire a volare, non solo per Natale, su una scopa costruendo qui, sulla terra, un mondo dove buongiorno voglia dire buongiorno?
