Questo 21 giugno saranno 100 anni dalla sua inaugurazione. Lo scorso 30 settembre ne erano passati 60 dalla fine. Ma quella fine avvenne in modo illegittimo. Fu, nella sostanza, uno scippo.
Per sopprimere quella ferrovia occorreva infatti una legge, ma fu soppressa con un semplice decreto ministeriale. La montagna subì una ingiustizia. Anche sul piano della legalità.
Stiamo parlando della FAP (Ferrovia Alto Pistoiese) una linea ferroviaria a scartamento ridotto (0,95 metri) che collegava la stazione di Pracchia con il paese di Mammiano, frazione del Comune di San Marcello Pistoiese, passando per Pontepetri, Campo Tizzoro, Maresca, Gavinana, Limestre e appunto San Marcello (allora piccola capitale di un turismo VIP).
Pracchia sul versante pistoiese e Porretta su quello bolognese erano, allora, autentici snodi di importanza primaria visto che da lì passava la ferrovia Bologna-Pistoia, il primo collegamento attraverso l’Appennino fra Emilia e Toscana, fra Italia del Nord e il resto del Paese.
E il collegamento fra Pracchia e Mammiano fu fondamentale per sostenere e incrementare lo sviluppo economico e produttivo, compreso quello turistico, di alcune località partendo dal capoluogo San Marcello.
L’inaugurazione della FAP, il 30 settembre 1926, fu evento anche politico: a presenziare, tra la folla, furono il ministro delle Comunicazioni Costanzo Ciano, il presidente della Camera dei Deputati Antonio Casertano e tante altre autorità del regime di allora.
Il “trenino” funzionò quasi 40 anni. Fino alla metà degli anni Sessanta quando venne cancellata: una chiusura forse inevitabile nel clima di allora (quando si pensava che i binari di un antico treno ostacolassero l’asfalto della moderna motorizzazione automobilistica).
Ma quella soppressione – ecco il punto – assunse natura di abuso. Fu stabilita in modo non regolare. Dovevamo farlo con legge, ma fecero bastare un semplice decreto.

La vicenda è già stata raccontata molte volte: in convegni e pubblicazioni varie. Non si tratta di uno scoop, ma ricordarla di nuovo – e farlo nell’anno in cui si ricorda il centenario dell’avvio – può comunque avere un valore e potrebbe rappresentare, se la comunità della Montagna Pistoiese ne avesse voglia, una leva per attirare attenzione. E, magari, anche qualcosa in più.
Del tutto ovvio, è da ritenere, che sul piano legale-giuridico oggi, a 60 e più anni, nulla si possa più fare. Ma forse non sarebbe male, almeno in termini mediatici, puntare sulla provocazione. Magari anche con il registro della satira. Inventando azioni magari inconsuete e forse capaci di colpire l’attenzione.
Che, dal dopoguerra, lo Stato potesse sopprimere non solo la FAP ma tutte le altre piccole linee ferroviarie allora (inizio anni Cinquanta secolo scorso) considerate “non suscettibili di risanamento”, era previsto da una legge: per la precisione dall’art. 1 della legge 2 agosto 1952 n. 1221 (“Provvedimenti per l’esercizio e per il potenziamento di ferrovie e di altre linee di trasporto in regime di concessione”).
Quella legge – che, per inciso, dopo quasi 75 anni è ancora attiva – prevedeva, però che quel tipo di soppressione dovesse essere “disposta con apposita legge”.
Apposite leggi ci furono, e ci sono poi state, per sopprimere altre linee “non suscettibili di risanamento”. Una di queste, ad esempio, fu la “ferrovia delle Dolomiti”: quella che da Dobbiaco portava a Cortina e Calalzo di Cadore.
Tutte queste soppressioni del trasporto su rotaia con spostamento verso il trasporto su gomma – ecco il punto – furono stabilite, in ossequio alla legge, proprio tramite un’altra legge.
Cosa diversa invece accadde per la FAP sui monti di Pistoia. Lì, infatti, venne fatto bastare un semplice decreto (di cui peraltro non si è riusciti a trovare palese traccia): un decreto ministeriale datato 2 agosto 1965.

Dall’archivio FAP, risistemato anche grazie al lavoro dello storico Andrea Ottanelli, e dal prezioso lavoro di ricerca già condotto da Roberto Prioreschi, emerge che l’amministrazione comunale di allora (sindaco lo storico esponente dell’antifascismo sanmarcellino, già esiliato in Francia per motivi politici, Savonarola Signori) tentò di opporsi.
La giunta comunale, che nel passato era riuscita a far rimandare la data di soppressione, adottò una delibera di protesta.
La cronaca de “La Nazione” il 3 ottobre 1965 riportava il “rammarico per il prevalere del parere di alcuni funzionari nonostante il Comune abbia documentato con fotografie, disegni, dimostrazioni scritte e verbali le gravi ripercussioni tecniche ed economiche che il provvedimento di soppressione FAP avrebbe provocato”. Si protestava ad alta voce, insomma, come comunità della montagna contro “il vero e proprio colpo di mano effettuato a suo danno”.
La illegittimità della soppressione decretata sulla FAP finì anche in Parlamento. A presentare una interrogazione sulla “illegittimità” dell’atto fu anche, tra i vari, il grande stilista fiorentino marchese Emilio Pucci in quel periodo deputato liberale.
Non ci fu nulla da fare. Le proteste piano piano si spensero. La vecchia FAP (“Forestiero Abbi Pazienza – Falla A Piedi – Fino A Pracchia – Farai Assai Prima” scherzava un detto paesano) venne sostituita con un servizio di trasporto su gomma. E a nessuno sembrò strano che la piccola ferrovia fosse stata soppressa con un atto comunque privo di legittimità formale.

Si arriva al 2025, l’anno esatto in cui ricorreva il 60mo dalla avvenuta soppressione. In un denso fascicolo Roberto Prioreschi, appassionato di treni e di questa vicenda, pubblica una breve lettera che in qualche modo, se qualcuno ne avesse voglia, potrebbe aiutare a riaccendere i fari su una autentica illegalità.
L’allora direttore generale di “Fondazione FS Italiane” Luigi Cantamessa scrive – non è riportata la data – all’assessore comunale di San Marcello, Giacomo Buononimi, per ringraziarlo di un volume – su quella ferrovia – che gli era stato inviato tempo prima.
Cantamessa, per definire la FAP, usa due aggettivi interessanti (“bella e sfortunata”) ricordando come FAP fosse, in effetti, un “piccolo gioiello di ingegneria ferroviaria”.
Non si tratta davvero di inutile captatio benevolentiae perché, in effetti, quel breve tratto ferroviario (da Pracchia a Mammiano 16 km) aveva avuto precise caratteristiche, anche tecniche, di originalità. Ma aggiunge, Cantamessa, anche un giudizio. Quella ferrovia – scrive – nell’ormai lontano 1965 fu (sic) “frettolosamente dismessa”.
Ammissione, tardiva, di qualcosa che venne stabilito in modo illegittimo? Può essere. Ma quell’avverbio, quel “frettolosamente”, messo nero su bianco – in tutta onestà – da un così alto dirigente non merita di essere dimenticato.
Da notare che quella è una società costituita da Ferrovie dello Stato Italiane, Trenitalia e Rete Ferroviaria Italiana “allo scopo di valorizzare e preservare il patrimonio storico, tecnico, ingegneristico e industriale del gruppo FS”.
Da notare anche – ad adiuvandum – che proprio a Gavinana, vicino al tratto FAP, in località Doccia, per decenni è stata attiva, fino agli anni Novanta una grande colonia: qui, in estate, sono passate generazioni intere di bambini figli di ferrovieri. Appunto: figli di ferrovieri.
Oggi questo grande spazio in mezzo ai boschi (oltre 68 mila mq) è abbandonato. In rovina. Lì potrebbero essere ricavati spazi preziosi, specie al tempo del cambiamento climatico e delle ondate di calore.
Chissà chi, oggi, ne ha la proprietà. Magari qualche struttura ancora legata al gruppo Ferrovie dello Stato?

A più di 60 anni dalla soppressione della FAP, e nel centenario della inaugurazione, forse qualcosa potrebbe essere tentato. Se non altro per riaccendere un riflettore sulla vicenda. Magari solo per dar ragione a quello scrittore uruguaiano secondo cui la ricerca della utopia serve, se non altro, a far camminare chi altrimenti se ne starebbe immobile.
Possibile avanzare in via comunitaria e politica una rivendicazione in positivo? Certo tardiva, di sicuro quasi impossibile da accogliere ma comunque giusta. Se non altro come forma di … provocazione da parte di una comunità decenni fa danneggiata in modo illegittimo e, almeno adesso, capace di alzare la schiena.
Possibili, ad esempio, forme di “compensazione” da parte dello Stato, in favore della montagna pistoiese, per rimediare in qualche modo non tanto alla soppressione quanto alla illegittimità di quella soppressione?
Possibile aprire, su questo, una sorte di “tavolo”? Non certo per ripristinare così com’era una ferrovia oggi impossibile da ripristinare ma, almeno, per sostenere in altri modi una comunità ieri vittima di una ingiustizia e oggi a forte rischio desertificazione?
Con un altro avverbio (“ovviamente”) Cantamessa dichiarò che la Fondazione FS Italiane “è interessata a una collaborazione finalizzata alla valorizzazione di questo antico tracciato”, previa disponibilità della Regione Toscana” per “intraprendere azioni comuni”. Ecco il punto: “azioni comuni“.
Perché lasciar cadere – oggi con il nuovo presidente di quella Fondazione: mons. Liberio Andreatta già potente responsabile dell’Opera Romana Pellegrinaggi – quella sorta di piccola mano tesa?
A pensarci bene, qualcosa – ad esempio in tema di progetti di viabilità davanti allo scandalo di una strada, unico esempio in Italia, rimasta quella di due secoli e mezzo fa, quella del Granduca Leopoldo – qualcosa, forse, potrebbe essere tentato.
Oppure, visto che i problemi della sanità in questi paesi sono complicati dalla distanza con gli ospedali veri più vicini, una sorta di risarcimento non potrebbe riguardare proprio un ripensamento serio dell’ospedale “Pacini” da decenni al centro di continui ridimensionamenti più o meno mascherati?
Davvero assurdo pensare, almeno come provocazione, a una sorta di tardiva compensazione per un “arrosto” combinato, a metà degli anni Sessanta del secolo scorso, da qualche frettoloso funzionario nel ministero dei Trasporti?
Qualcuno, fra quello che resta della politica e quello che resta del giornalismo, fra istituzioni pubbliche e società civile, qualcuno ha voglia di metterci la faccia? Facendo diventare “caso” nazionale la piccola – ma per qualche aspetto intrigante – vicenda di una ferrovia smantellata in spregio alla legge?
