Fare giornalismo significa (anche) porre domande. Qui se ne fanno diverse. Su tre fronti: i misteri sulla vicenda amianto andato a fuoco quasi tre anni fa, messo in sicurezza molto tempo dopo e non ancora bonificato; la rabbia della vicesindaca contro una opposizione che sul contrasto alle violenze femminili aveva posto solo alcune domande; il ricordo della furiosa polemica, aizzata dalle destre, nella campagna elettorale 2023 contro l’ex sindaco “colpevole” di aver fatto mettere a dimora qualche migliaio di … tulipani. (mb)

AMIANTO: LA QUARTA ORDINANZA – Nonostante i tentativi di rassicurare che tutto è sempre andato per il meglio, la vicenda dell’amianto bruciato in via Lombarda il 30 luglio di tre anni fa, sembra non trovare fine.
Pochi giorni fa è arrivata una nuova ordinanza: la quarta. (Qui l’atto). Stavolta è firmata non dal sindaco ma dal dirigente ai lavori pubblici.
La “bonifica dei materiali contenenti amianto a seguito dell’incendio del 30 luglio 2023”, è stata adesso “ordinata” non al proprietario dell’immobile bruciato, come aveva fatto il sindaco beccandosi la reprimenda del TAR, ma al legale rappresentante della società che lo ha in affitto.
Di questa persona (“già soggetto locatario dell’immobile e gestore dell’attività ivi esercitata”) non viene indicato il nome. E il nome della società è secretato con un “omissis”.
A questa persona, di origine cinese, vengono dati 90 giorni di tempo. Il termine massimo, dunque, per adempiere a questo “ordine” è fissato al 16 giugno 2026.

AMIANTO: UNA ORDINANZA INUTILE? – Nella sua comunicazione – pubblicata ieri su un quotidiano – il Comune ha fatto filtrare una frase preoccupante.
“Sul fatto che l’operazione andrà in porto – questa la frase riportata dalla cronista su probabile input del Comune – non ci sono purtroppo garanzie perché l’affittuario di nazionalità cinese non si è dimostrato per niente collaborativo”.
Dunque già si lascia intendere, da parte del Comune, una certa difficoltà sul fatto che chi dovrebbe onorare l’ordinanza, e dunque spendere molti soldi per effettuare la bonifica, potrebbe anche … non farlo. Una situazione in effetti singolare.
Una singolarità che aggiunge stranezza a una vicenda già molto strana di suo. Come può un Comune emettere un “ordine” così tassativo sapendo, o comunque ipotizzando, che sarà (o rischia di essere) un “ordine” del tutto inutile?

AMIANTO: CHI PAGA? – Si tratta – va ricordato – di un adempimento molto oneroso. Nel luglio 2025, rispondendo a una interrogazione del consigliere Pucci, il sindaco quantificò il costo della bonifica in quasi 155 mila euro.
Una domanda è d’obbligo: che accade se, per qualche motivo, questa persona non ubbidirà a questo “ordine” del dirigente comunale?
La risposta è nell’ordinanza: la “inottemperanza agli ordini” verrà perseguita dal Comune. Ma con una semplice e bassa sanzione amministrativa (“da 25 euro a 500 euro”).

AMIANTO: PAGHERA’ IL COMUNE? – Ed è qui, vista l’esiguità (pochi euro) di tale sanzione in rapporto ai soldi necessari (155 mila euro) per la bonifica, nasce un’altra domanda.
A chi spetterà – in caso di inadempienza di un affittuario già definito, in partenza, “per niente collaborativo” – la spesa per bonificare l’area dai rifiuti contenenti amianto? Sono in molti a temere che questa spesa spetterà, in via sostitutiva, proprio al Comune: cioè a tutti i cittadini. Sarebbe una beffa.
Quei rifiuti con amianto non potranno certo restare lì in eterno e qualcuno, prima o poi, dovrà pure accollarsi l’onere di smaltirli secondo le norme.
Davvero finirà che a spendere sarà il Comune? E a chi, poi, il Comune potrebbe chiedere il rimborso di quella spesa? Al proprietario? All’affittuario? A nessuno?
Non sarebbe il caso che, dal Comune stesso, arrivassero finalmente quella chiarezza e quella trasparenza a oggi mancate?

AMIANTO: QUANDO FU MESSO IN SICUREZZA? – E a proposito di trasparenza e chiarezza, resta misterioso l’aspetto più delicato. Delicato per tutti noi, cittadini, e per la nostra salute.
Ma anche, delicato, per la prima autorità locale su protezione civile e salute pubblica: il sindaco.
Dal Comune, infatti, si spergiura che oggi non esistono né bombe ecologiche né pericoli per la salute. Sarà di sicuro vero. Ciò perché – si è detto e scritto – “l’immobile fu messo in sicurezza subito dopo”. Peccato che non si fornisca la data precisa circa il “subito dopo” di tale messa in sicurezza.
La cosa certa è che la sigillatura dell’amianto, dunque la messa in sicurezza, non fu tempestiva. Le date, in assenza di spiegazioni ufficiali, sembrano confermarlo.
Se l’incendio avvenne il 30 luglio 2023, l’otto gennaio 2025 (quando di giorni ne erano già passati ben … 526) quei rifiuti giacevano ancora senza protezione.
Ad affermarlo fu lo stesso sindaco Palandri nella sua ordinanza n. 48 del 3 marzo 2025 (qui l’atto) che riporta il verbale su un video effettuato con drone, da ARPAT, proprio l’8 gennaio 2025.
“Su tutta la superficie del capannone – scrive quel verbale – è presente un ammasso di rifiuti incendiabili; l’ammasso è composto da residui di materiali bruciati di proprietà della ex ditta locataria, mescolati a rifiuti speciali pericolosi contenenti amianto e derivanti dal crollo della copertura”.
Parole chiare. Nette. Inequivocabili.

AMIANTO: E LA SALUTE PUBBLICA? – Nessuno ha mai spiegato, per bene, se ci sono stati o meno rischi, per la salute pubblica, derivanti dal fatto che per circa un anno e mezzo dopo l’incendio quei rifiuti con amianto giacevano senza efficace protezione.
Nessuno ha mai riferito quando – in quale giorno preciso – dopo quel sopralluogo ARPAT dell’8 gennaio 2025 e dopo l’ordinanza sindacale del successivo 3 marzo, quei rifiuti furono sigillati. E neppure chi provvide a sigillarli e a spese di chi.
Non sono dettagli da poco. Perché se è vero che oggi quei rifiuti appaiono sigillati, è purtroppo anche vero che lo sono stati soltanto dopo un lunghissimo periodo: e che, in quel lunghissimo periodo, gli stessi rifiuti, con amianto, sigillati a regola d’arte non lo erano. Per diretta ammissione dello stesso sindaco in un atto ufficiale.

AMIANTO: TANTE DOMANDE – Su altri aspetti – inquietanti – della stessa lunga vicenda, chi scrive si è già soffermato, con domande a oggi prive di risposte, da tempo. Qui l’ultimo post pubblicato. Altri ne seguiranno.
Fu un incendio doloso? A che punto sono le indagini della Procura? Si sono concluse? Sono ancora aperte? Se l’incendio – come è stato scritto – fu doloso ma il dolo non è imputabile all’affittuario che anzi ha lamentato che “qualcuno” doveva avergli voluto “del male”, come stanno le cose?
Perché il Comune non ha mai convocato una pubblica assemblea per informare i cittadini su tutti gli aspetti, alcuni inquietanti, di una vicenda che sta per toccare il suo terzo anniversario? Può, il Comune, pubblicare – per trasparenza verso i cittadini – tutti gli atti prodotti al TAR sulla vicenda?
Dopo la sentenza del TAR che ha annullato le sue tre ordinanza perché, nella sostanza, erano sbagliate, il sindaco non ha proprio nulla da dire, oltre che tentare di minimizzare?
Non si ritiene un po’ responsabile, il sindaco, per aver causato – con le sue ordinanze poi dimostratesi almeno in parte errate – una lunga perdita di tempo, in presenza di rifiuti con amianto, derivante dal ricorso presentato al TAR, nell’estate 2024, dalla proprietà dell’immobile con un procedimento chiuso nel febbraio 2026?

TULIPANI IN SALSA PRATESE – Dunque in molte rotonde di Prato sono comparsi i tulipani. Erano stati piantati a gennaio, dal Comune oggi gestito da un Commissario, e sono fioriti nei giorni scorsi “contribuendo a rendere più gradevoli – si legge – spazi pubblici e arterie di accesso”.
La buona notizia rimanda, qui al Poggio, alla dura polemica contro l’ex sindaco, nella primavera di tre anni fa, portata avanti dalla destra poggese proprio sui … tulipani.
Puggelli fu criticato per aver aderito al progetto Wander and pick facendo mettere a dimora migliaia di tulipani nelle rotonde poggesi e, soprattutto, nell’area limitrofa al ponte Manetti: un’area che per qualche giorno diventò colorato e assai visitato tappeto di tulipani.

TULIPANI IN SALSA POGGESE – “Passeggia e raccogli” (questa la facile traduzione del progetto) era ed è tuttora – per i Comuni aderenti – un modo gentile, poetico e sostenibile per riqualificare aree verdi, aiutare il turismo lento, salutare la primavera in arrivo, gustare i colori della natura, aiutare la comunità a essere più dolce e meno incattivita.
Con una piccola offerta, i visitatori potevano anche raccogliere i fiori. Molti i Comuni, di ogni tendenza politica, aderenti anche in questo 2026 a un progetto di evidente garbo.
Ma la campagna social della destra fu feroce. Nonostante il successo del progetto fra tante persone, venute anche da fuori, l’ex sindaco venne spernacchiato come se avesse commesso chissà quale oscenità. E le macchie colorate di tulipani, un fiore simbolo di amore, finirono per diventare strumento di polemica politica. Perfino di odio.
Potrebbe, qualcuno fra gli odiatori e i leoni da tastiera di allora, almeno scusarsi ammettendo di aver cavalcato, tre anni fa e solo per motivi politici, una polemica del tutto esagerata?
E tre anni dopo le rotonde poggesi non portano tracce né di fiori né di altri abbellimenti. A giro, in compenso, qualche traccia – marroncina – su altri tipi di “bisogni”.

CANTAMI O DIVA L’IRA FUNESTA – Ha colpito la polemica della vicesindaca contro l’opposizione rea di aver presentato una interrogazione.
Ha usato, Bresci, accese parole sdegnate, irate, come se la capogruppo Vettori, avesse non esercitato un suo diritto/dovere di “sindacato ispettivo” (si chiama così la possibilità che ciascun consigliere ha di presentare richieste di chiarimenti su determinate vicende comunali) ma avesse commesso chissà quale crimine.
Per Diletta Bresci (qui il suo iroso post social) chiedere informazioni su un atto pubblico dimostra “odio e ipocrisia” è “rivoltante, inaccettabile e vergognoso”, fa rimanere “esterrefatti”, conferma che gli interroganti “sono e rimarranno sempre dei poveri comunisti”. E questa, nel lessico salvinian leghista, è l’offesa principe.
Al centro una delibera di giunta (qui l’atto e qui l’allegato). Il Comune di Poggio ha da poco aderito a un progetto, sulla violenza contro le donne, promosso da un’associazione nazionale (“Senza veli sulla lingua”) con sede a Milano.

LA CLAVA E IL FIORETTO – A questa associazione il Comune concede, in “urgenza”, una stanza per ascoltare le donne vittime di violenza. In quella stanza saranno attivati colloqui individuali. Con una periodicità non propriamente scattante: ogni due mesi e previo appuntamento.
Paola Vettori si è limitata a far presente che al Poggio, da diversi anni, opera un’altra associazione (“La Nara”) con le stesse finalità e con accrediti in tutte le istituzioni del territorio.
Senza criticare la nuova associazione, la capogruppo di opposizione ha solo chiesto il perché, nella delibera, della “urgenza” e quali professionalità saranno messe in più rispetto a quelle già garantite da “La Nara”.
Alla vicesindaca, con delega alle Pari Opportunità, è stata chiesta una risposta scritta.
Per adesso Diletta Bresci si è limitata a urlare contro i “poveri comunisti”. Per capire meglio come stanno le cose su ciò che è di sicuro una buona cosa ma che appare, nella sostanza, un doppione rispetto a un servizio già garantito, occorrerà aspettare la risposta scritta.
Male non sarebbe, almeno per il futuro, se chi al Poggio svolge un ruolo istituzionale riuscisse a comprendere che quel ruolo riesce meglio usando non la clava ma, casomai, il fioretto.
POGGIO (A CAIANO) E BUCA di Mauro Banchini n. 150 del 22 marzo 2026
