PRESEPE, IUS SOLI. E FORESTIERI

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Baracca, inno, strisce. Tre immagini che mi è piaciuto comunicare ai quasi 200 liceali, decisamente millennials, riuniti in un cinema fiorentino per una assemblea di istituto. Dovevo moderare un incontro su immigrazione e ius soli. Tre donne e un uomo i relatori: una consigliera comunale impegnata sulla tratta, una docente di comunicazione politica, una immigrata dal nome difficile che tradotto significa “sentimenti”; un politico di “Fratelli d’Italia”, chiamato per difendere (ma lo ha fatto in modo garbato) posizioni lì risultate minoritarie ma dai grossi riscontri in un contesto così impaurito per la presenza fra noi di (tanti?) “forestieri”.

Ai millennials ho raccontato un mio viaggio (primi anni Ottanta, secolo scorso) fra i “montanini” pistoiesi emigrati per lavoro in Svizzera: pochi giorni, con una una delegazione fra consiglieri comunali guidata dal sindaco Olla: sincero comunista, molto impegnato con gli emigrati.

La baracca era quella, in legno, dove passavano le loro ore libere dal lavoro: per riposare e dormire, per pensare e organizzarsi. Erano scappati dalla loro terra, lasciando la famiglia, per guadagnarsi il pane in modo onesto tramite un lavoro che da noi non c’era: vivevano in baracche.

L’inno era quello di Mameli. Fatto suonare quella sera d’inverno, nel calduccio della baracca di legno, provocando negli operai – tutti o quasi comunisti: incattiviti contro il governo italiano e plaudenti per quello sovietico – una commozione che ancora ricordo bene. Lacrime, lacrime vere.

Le strisce erano quelle stradali, fra una baracca e l’altra: strisce che noi, consiglieri comunali saliti in Svizzera per poche ore, beatamente pensavamo di ignorare traversando la strada dove capitava. In diversi, fra i compagni emigrati, ci richiamarono: “Ehi, passate sulle strisce. Qui mica siamo in Italia!”.

Non so se ai millennials liceali fiorentini queste tre immagini, nella mattinata sullo ius soli, saranno restate in mente o no. In ogni caso intendevo farli pensare su tre aspetti: la resistenza, fatta di lavoro e di sacrificio, per non perdere la dignità di essere umani; l’importanza di non dimenticare le radici di provenienza; la necessità di accettare le regole del luogo nel quale si è ospitati.

E nelle ore della grande ipocrisia davanti a una legge (lo ius soli: giustissima, penso io) che il Parlamento non è riuscito neppure a discutere (e non approvarla – temo – va bene un po’ a tutti perché così tutti, in campagna elettorale, potranno tirarla nei loro spot), una piccola domanda a chi strumentalizza il presepe.

Come vi è possibile sbandierare i “valori” del presepe scordando l’accoglienza? Come scordare quel passo (Levitico 19,34: “Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto”)? Come brandire presepe e crocifisso come bombe da scagliare mentre sono simboli da capire?

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