IL VIRUS E LA RIPRESA, I CRONISTI E LE TERRE ALTE. E L’UOVO DI ZENO

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Con gli occhi del cronista, giorni fa notavo un paradosso nelle cronache su una questione (aprire o meno le piste da sci) all’apparenza banale. Gli inviati che le testate mandavano in località alpine e appenniniche per registrare le (assai giustificate) paure degli operatori economici locali, avevano sullo sfondo paesaggi ancora autunnali: brulli, marroni e dipinti di bianco solo nei perimetri di piste innevate in modo artificiale.

E’ vero: quei servizi registravano una situazione ancora pre-invernale. Ma a nessuno fra gli ottimi inviati è venuto in mente di interrogarsi su una doppia questione che, purtroppo, va oltre l’attuale emergenza pandemica. Primo: il costante innalzamento nei livelli delle precipitazioni nevose causato dal mutamento climatico a sua volta causato anche dai nostri pessimi stili di vita. Secondo: la necessità, se davvero si vuole garantire l’innevamento in quelle piste, di ricorrere alla neve “finta” con costi, economici e ambientali, sempre più elevati e a carico della comunità intera.

In un recente, ottimo, webinar sul futuro delle terre alte appenniniche organizzato da ANCI Toscana, un autorevole relatore impegnato ai più alti livelli regionali nella promozione turistica è intervenuto proprio su questi temi, sulla urgente necessità di adeguare l’offerta turistica invernale, specie negli Appennini, ai mutamenti climatici. Di anno in anno – gli è scappato – la quota neve si alza di 30/40 metri. Ed è facile capire come, con questi ritmi e in assenza di politiche globali che possano rapidamente invertirli, tutto dovrà cambiare. Altro che piste e impianti di risalita aperti o chiusi per il Santo Natale della pandemia 2020!

Ripeto: sono rimasto colpito dal fatto che nessuno, fra quei cronisti, ponesse una questione pure così ovvia. Magari (e io, montanino peraltro non sciatore, sono fra quelli che lo sperano) questa sarà una stagione eccezionale di grandi nevicate. Magari Alpi e Appennini potranno fare a meno di usare cannoni sparaneve perché ci avrà pensato Madre Natura. Magari questo inverno anche sugli Appennini bassi torneranno quei muri di neve che un tempo eravamo abituati a vedere. Magari. Lo spero. Ma per quanto ancora ciò potrà accadere se tutti gli indicatori ci dicono il contrario, se già qualcuno comincia a fare viticoltura dove un tempo si coglievano solo castagne?

C’è tutta una montagna da ripensare, da tornare a far vivere anche a prescindere dal turismo e dagli sport invernali. Dalle mie parti sarebbe d’accordo perfino Zeno Colò, il campionissimo di uno sci che era soprattutto fatica, morto povero e che mai rinunciò a lasciare la sua Abetone. Lui, come noto, aveva innovato la tecnica delle discese inventando la “posizione a uovo”: così chinato, con pesanti sci di legno e pantaloni alla zuava, prendeva una velocità che gli altri se la sognavano. L’uomo sugli sci più veloce al mondo.

Ecco di cosa oggi c’è bisogno (nelle terre alte, ma pure in quelle… basse. Così come nel giornalismo): di una nuova “posizione” per affrontare le difficoltà della discesa, di cambiare lo sguardo, di innovazione, di mentalità aperte a trasformare i problemi in opportunità. Ad esempio il futuro delle terre alte, specie quelle più abbandonate e meno “firmate”.

Per le terre alte si sta parlando di una grande parte del territorio nazionale: la montagna. Che specie in certe zone oggi assiste a fenomeni di spopolamento destinati subito a causare problemi anche più in basso. Ma molti fra i beni comuni che possono rilanciare il Paese intero (foreste, acqua, paesaggio …) abitano proprio in una montagna dove, per fortuna, non mancano segni di tendenze invertite.

Aiutare a ripopolare quei borghi oggi deserti, favorire anche grazie alle tecnologie il ritorno del lavoro nelle aree interne, creare nuove alleanze fra montagne e città, agevolare chi abitando in montagna garantisce quei beni comuni (esempio le foreste) che aiutano tutti quanti nella pulizia dell’aria, rimettere al centro la questione “acqua” come bene comune, trovare nuovi equilibri fra ambiente da rispettare e lavoro da innovare: ecco le sfide, di una riconversione sostenibile, su cui sarebbe utile sentir parlare anche per il post Covid. Al ricordato webinar ne hanno parlato anche lo scrittore Paolo Cognetti e l’architetto Stefano Boeri.

Da un punto di vista comunicativo e giornalistico, molte a proposito sarebbero le storie da raccontare. Per una professione che avesse voglia di cambiare sguardo. Talvolta storie di abbandoni e di vecchie nostalgie, ma sempre più spesso, per nostra fortuna, storie verso nuove prospettive e verso nuovi stili di vita. Basterebbe scavare un pochino, non fermarsi alla pigrizia di un servizio pre-cotto.

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