MAESTRO DEL SILENZIO

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Fra le cose da abolire, o comunque da osservare con sereno distacco, ci metterei l’ordalia delle “giornate”. Ne esistono, ogni giorno che Dio manda sulla terra, di ogni tipo e per qualunque livello (dal mondiale al paesano, passando per l’europeo e il nazionale, il regionale e il parrocchiale): in genere servono a nulla tranne forse a farci esercitare in comodi buonismi e a qualche società di comunicazione per progettare spot.

Sono troppe. Davvero troppe anche se i motivi per cui vengono proposte sono i più nobili. Ieri era la “Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo“. Arrivata alla nona edizione, non sono certo mancate riflessioni, interventi sui media, campagne comunicative, monumenti colorati attorno a una questione in effetti toccante.

Il mio disincanto (ripeto: non verso le tematiche, ma nei confronti delle retoriche) si è però di parecchio attenuato leggendo un bel pezzo, sul Corsera, di uno scrittore (Fulvio Ervas) che ha raccontato come giorni prima avesse presentato un libro di un giovane autistico. Nel raccontare la sua esperienza di inserimento scolastico, Pier Carlo Morello – questo il nome del ragazzo – ha saputo trovare tre parole di profondo significato nel tentativo di spiegare, a chi glielo chiedeva, che tipo di contributo potesse dare uno come lui inserito nel caos di una classe “normale”. Quali le tre parole? “Maestro del silenzio”.

E anche io, come il mio coetaneo Ervas, ho pensato “Meraviglioso! Averne … maestri del silenzio, persone che ci fanno rimanere con i nostri pensieri, per un po’. Per capirci meglio“.

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