STURZO, LA PIRA. E I QUATTRO “NO”.

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SturzoLa Pira, nelle loro differenze e in ciò che li univa, hanno qualcosa da dirci a noi, diversamente “liberi” e  “forti”, cattolici o meno, che abitiamo un oggi così sconcertante?

Azzeccato e tempestivo un incontro che in un luogo a forte simbologia (la Sala dell’Annunciazione in Santissima Annunziata) ha organizzato il Collegamento Sociale Cristiano. Marco Vitale, già docente in Economia d’Impresa alla Bocconi e con un curriculum lungo come un treno, ha tenuto una bella relazione davanti a un pubblico assai più numeroso di altre volte (sarà per via del movimento verso una nuova aggregazione così tenacemente sostenuta da mons. Gastone Simoni?) ma anche assai avanti con l’età anagrafica.

Tanto li divideva, Sturzo e La Pira. Ma tanto li univa. Ed è stato soprattutto su quest’ultimo aspetto che il relatore ha regalato, nel finale, considerazioni dense di passione e di pertinenza.

Le loro divisioni sull’intervento dello Stato in economia trovarono un emblematico momento nel salvataggio della “Pignone” così voluto dal sindaco e così criticato da Sturzo. Ma oggi non potrebbero che stare dalla stessa parte, proprio per via di quelle loro divisioni ideali. Vitale ne è sicuro.

Sarebbero insieme nell’opporsi a “questa economia” in un mondo dominato da “questa finanza” con “queste enormi disuguaglianze” in cui siamo immersi. Si opporrebbe La Pira contro “i tagli alla spesa sociale necessari per sanare i danni causati dai banchieri” oppure contro “i poveri costretti a pagare più imposte rispetto ai ricchi”. Ma si opporrebbe don Sturzo, l’iperliberalista Sturzo: lo stesso che, sindaco della sua Caltagirone nei primi due decenni del Novecento, dette vita a un grande processo di privatizzazione dei terreni coltivati a sughero, ma ad un certo punto, davanti a una particolare sughereta di pregio, si oppose alla completa vendita nel nome del “bene comune”.

Oggi, parole di Vitale, entrambi “sarebbero in prima linea contro questa economia disumana” che caratterizza la nostra economia. E con loro – in questo “gioco” certo arduo – ci sarebbero De Gasperi così come Toniolo, Rosmini e gli altri grandi della dottrina sociale: i teorici, e i pratici, di un “pensiero enorme che dobbiamo recuperare cercando una via per uscire dal cul de sac in cui oggi ci troviamo”.

Uno sguardo storico per sfiorare le innegabili divergenze di allora – aveva scritto Angelo Passaleva, presidente CSC – ma anche per guardare all’oggi e al futuro per cogliere stimoli nuovi e prospettive nuove per un rinnovato impegno anche nella politica attiva. Non c’è dubbio: tutti e due direbbero all’unisono i quattro famosi no di Papa Francesco: no ad un’economia di esclusione, alla nuova idolatria del denaro, a un denaro che governa invece di servire, all’iniquità che genera violenza”.

Entrambi religiosi, Sturzo e La Pira: entrambi sotto beatificazione, entrambi sindaci, entrambi uomini di cultura e di seria preparazione, entrambi – aspetto non secondario – onesti e sobri.

Utile l’apertura di Marco Vitale nel ricordare come l’appello ai “liberi e forti” fosse rivolto non solo ai cattolici e anche a “tutti” gli uomini e le donne oggi si potrebbe aggiungere “di buona volontà”.

Resta un punto di domanda: al di là dei convegni per il centenario dell’appello, come oggi – nell’era dei tweet e dei selfie, della politica ridotta a facile battuta demagogica e a cattiva comunicazione propagandistica – come fare per restituire senso a quei pensieri? E’ possibile? Chi deve farlo? E al di là della formazione alla cittadinanza (che non guasta mai), come evitare che la politica resti quella che vediamo oggi? Che fare per riempire un vuoto politico oggi così esteso, profondo, preoccupante? Con quali contenitori?

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