IL SINDACO TOMASI E LE (6) PALLE MEDICEE

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A pelle, da uomo libero, provo una certa simpatia – lo confesso – per il sindaco Alessandro Tomasi, il ragazzo di destra (Fratelli d’Italia) che è riuscito a strappare alla sinistra (una sorta di miracolo, impossibile a credersi solo fino a pochi anni fa) nientemeno che il Comune di Pistoia.

Ci ho parlato una volta sola e mi ha fatto l’impressione di un ragazzo pulito, serio. Non so come stia governando la città e, per lui ma soprattutto per una città – sinistra compresa – che dalla alternanza ha tutto da guadagnare, spero la stia governando bene.

Detto questo, confesso lo stupore che ho provato ascoltando un suo intervento elettorale tenuto qui a Poggio a Caiano, dove risiedo, pochi giorni fa a sostegno della candidata leghista che si presentava con un centrodestra unito (in realtà assai poco, visto il risultato finale).

Grazie a un video messo in rete e dunque facilmente controllabile, ho sentito il sindaco Tomasi scivolare su almeno due brutte gaffe. A sua parziale scusante, aveva certo il clima da ultimi giorni di campagna elettorale: ma certe parole – comprensibili se dette da un attivista politico ma disdicevoli se pronunciate da un uomo delle istituzioni – poteva benissimo evitarle.

Parlando in una comunità fino a quel momento (ma anche dopo …) amministrata (e personalmente penso bene) da uomini e donne di centrosinistra, il sindaco di Pistoia ha chiesto ai poggesi di votare centrodestra. Nulla di male. Ma lo ha fatto, riferendosi a chi fa politica nel centrodestra, anche con queste parole: “Sono persone oneste. Perché noi fino a oggi abbiamo campato del nostro, senza le prebende, senza chiedere favori e i nostri figli, i nostri cugini, i nostri fratelli lavorano (…) e vivono del proprio”.

Non ho dubbi circa la verità di queste parole. Ma, conoscendo bene gli amministratori uscenti (e quelli entranti) qui al Poggio, posso assicurare Tomasi che è vero pure per loro: sono “onesti” anche loro, pure loro “campano senza prebende” e “senza chiedere favori”, pure i loro parenti “lavorano e vivono del proprio”.

Se questa è stata, almeno nello stile, una scivolata antipatica, fra i detto e il non detto, ancora più infelice un’altra fase tomasiana per sostenere la candidata leghista (e dunque appartenente – a differenza sua – a un partito che sostiene totalmente il governo “del cambiamento”).

Nel tentativo di convincere gli elettori poggesi a votare per un centrodestra a trazione leghista, il sindaco di Pistoia ha puntato proprio sul governo nazionale. “Questo – ha detto – è il momento migliore. Diletta potrà avere contatti con il governo, prendere il treno domattina e andare da persone, come i ministri giovani, che la potranno ascoltare e portare anche fosse un euro, dieci euro, sul vostro territorio per svilupparlo e per renderlo migliore. Non ci sono alibi. Credo che condizioni migliori di questa difficilmente si potranno ripetere”.

Parole chiare nella loro arretratezza culturale e politica. Penso che lo stesso Tomasi, riascoltandole, vorrebbe non averle pronunciate tanto sono, per motivi comprensibili, istituzionalmente scorrette. Oppure il sindaco di Pistoia pensa davvero che sia un “cambiamento” distribuire (o negare) soldi pubblici in base a vicinanze partitiche? E se mai qualcun altro, in passato, si fosse comportato così, in cosa consisterebbe, oggi, il “cambiamento” del governo Salvini?

Poi, al Poggio, è andata in un altro modo. Il centrodestra che, già con i soli suoi voti, aveva in mano il Comune (per non parlare dei tanti voti presi, il 4 marzo, dai 5S in questo momento alleati almeno con i leghisti), ha perso in modo clamoroso. La loro operazione politica (che oltretutto ereditava un quinquennio in cui l’opposizione di centrodestra era sparita) è fallita. Il Comune è rimasto a un centrosinistra bene giudicato dal popolo sovrano.

Un consiglio – se posso – al sindaco Tomasi: veda di scusarsi con la comunità poggese che, non a caso, come simbolo, anche comunale, ha le (6) palle dei Medici. Si scusi per parole infelici, che non fanno onore né alla sua immagine di bravo ragazzo né alla istituzione che lui rappresenta.

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