SALENDO IN GINOCCHIO LA SCALA. QUELLA “SANTA”

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Sarà il marmo calpestato dal Gesù costretto a salire il palazzo di Ponzio Pilato per essere messo a morte? Sarà quella la scala portata a Roma, da Gerusalemme, nel 326, grazie alla madre di Costantino, Sant’Elena? Saranno quelli, su tre dei gradini, i segni del sangue di Cristo flagellato?

Quei 28 gradini di marmo (così consumato dalla pietà popolare che non se ne trova uno privo di profonde “ferite”  longitudinali provocate da secoli di ginocchia e calzari) sono comunque un segno di fede. Ancora per pochi giorni, fino al 9 giugno, si possono non solo vedere ma anche salire (in ginocchio) senza la storica protezione in legno: quella “coperta” lignea voluta da papa Innocenzo III nel 1723 e adesso tolta per restauri.

Un salto merita farcelo, nella piazza San Giovanni oggi teatro del concertone musicale che “festeggia” un lavoro mancante e lavoratori spesso umiliati. A quella scala un salto merita farcelo, sia da credenti che da miscredenti, così come merita anche percorrerla in ginocchio quella scala, evitando la “furbatina” di salire, in posizione eretta, dalla scala parallela ma assai meno “santa”.

Non è difficile: ti inginocchi e, seguendo le scarpe di chi ti sta davanti, sali. Sempre in ginocchio. Devi strisciarle su quel marmo le tue ginocchia ormai disabituate a piegarsi davanti al sacro ma abituatissime a pronarsi, con tutta la schiena, davanti a poteri, diciamo, assai più profani.

Già al terzo o quarto gradino (a me già dal secondo) le ginocchia fanno male. Per rispetto di chi ti sta accanto, davanti e dietro, ma soprattutto per rispetto tuo che di fare questa strana cosa mica te l’ha ordinato il dottore, vai avanti in salita. Con ginocchi che dolorano sempre più, con i piedi che trovano appiglio nelle “ferite” trasversali del marmo per darti la spinta ad avanzare, inginocchiato, strisciando di gradino in gradino.

Lassù, in cima, vedi qualche frate lì per confessare: eviti di farla, la confessione, anche perché sarebbe imbarazzante ammettere, al frate, che tre o quattro dei 28 gradini li hai “saltati”. Nel salire dici qualche preghiera, fai le tue riflessioni sulla sofferenza (quella sì, davvero vera) del Cristo che non avendo fatto nulla, essendo Innocente, stava per essere messo a morte e avrebbe perfino Lui dubitato in croce, per una frazione di attimo, sul senso di quel suo Sacrificio.

Ammiri la compostezza di quelle persone che accanto a te, sbirciando, vedi non solo pregare ma anche in qualche caso piangere per chissà quale dolore. Verso le fine, diciamo attorno al ventiquattresimo scalino, le ginocchia fanno meno male. O forse è solo suggestione.

Arrivato in cima non trovi Ponzio Pilato. Però quelle sue cinque parole sulla verità (che sempre ti fanno riflettere, anche da giornalista, quanto le risenti) sono lì, rimbombano dentro, fanno rumore. “Che cos’è la verità?”. Rigorosamente con un punto interrogativo. Ma qui è solo la fede a poterti aiutare. Una fede che, però, deve costare un po’ di fatica, compresa la fatica del dubbio.

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