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LE SARDINE GIORNALISTE

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Almeno quattro fra i “punti” delle sardine rimandano al giornalismo: a una professione ormai, purtroppo, ridotta al lumicino (pochissimi, fra i tanti iscritti all’Ordine quelli che davvero solo di giornalismo campano) nonostante gli sforzi di tante colleghe e colleghi per continuare a nobilitarla. Talvolta (Paolo Borrometi, Nello Scavo, Federica Angeli … docet) rischiando la vita.

In particolare è proprio il quarto, fra i 6 punti “pretesi” da un movimento che il teatrino mediatico ha fin da subito iniziato ad uccidere, a chiamare i giornalisti alle loro responsabilità. Ciò che le sardine “pretendono” per loro stesse dai giornalisti, tutti i cittadini dovrebbero “pretenderlo” per ogni aspetto: che l’informazione giornalistica sia il più possibile “fedele ai fatti”.

E’ la vecchia legge ordinistica del 1963, oltre che l’assai più antica tradizione globale del giornalismo stesso, a chiederlo; lo chiede con una formulazione tanto esplicita quanto calibrata: i giornalisti hanno un “diritto insopprimibile” (la “libertà di informazione e di critica”) cui fa da equilibrio un “obbligo inderogabile” (appunto “il rispetto della verità sostanziale dei fatti”).

Ma il diritto (ostacolato da chi teme l’informazione giornalistica perché ha qualcosa da nascondere) ha un unico limite (non sempre rispettato da chi fa questo lavoro): il dovere di “osservare le norme di legge dettate a tutela della personalità altrui”. E all’obbligo di rispettare (attenzione: non “la verità” – cosa assai impossibile, perfino da definire, come sapeva bene anche Ponzio Pilato – ma “la verità sostanziale dei fatti”), a questo obbligo corrisponde un altro requisito: “osservare sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede”.

Mestiere difficile, quello del giornalista, ma fondamentale per la continua formazione di cittadini in grado di non essere sudditi, capaci di formarsi le loro libere opinioni su ciò che accade attorno a loro: nel paese o nel quartiere e nel mondo. Mestiere non a caso oggi in crisi: superato dai mirabolanti (si fa per dire) tentacoli di una comunicazione troppo spesso somigliante alla verità del Lucignolo di turno impegnato a condurci in un  inquietante, pericoloso, Paese dei balocchi.

Bella, dunque, la “pretesa” delle sardine affinché il giornalismo torni a essere tale. Si sarebbe potuto iniziare dalla … sciocchezza di dare numeri non propagandistici, in un senso o nell’altro, su quante sardine c’erano sul serio, giorni fa, in piazza San Giovanni.

Interessanti, nel rapporto giornalisti/cittadini, anche i punti 2 e 3: chi ricopre “la carica di ministro” (avrei messo meglio: chi ricopre qualunque carica pubblica) ha l’obbligo di comunicare soltanto “nei canali istituzionali” così come fra politica e social deve starci quella parolina (trasparenza) che significa tante cose; ad esempio chiarezza su chi finanzia, sulle regole della comunicazione stessa, sul rispetto di un linguaggio almeno civile.

Esiste una legge (la 150 del 1990) sulle attività di informazione e comunicazione delle pubbliche amministrazioni. Nelle regole di base (in altri aspetti è abbondantemente superata) dovrebbe essere meglio conosciuta e soprattutto bene rispettata. Ormai nessuno più la conosce e, soprattutto, nessuno la rispetta. Disciplina attività che via via con il tempo si sono purtroppo snaturate: uffici dei portavoce, uffici per le relazioni con il pubblico, uffici stampa, compatibilità e incompatibilità per chi svolge questi lavori, differenza fra informazione giornalistica e comunicazioni di altre nature, diritto dei cittadini a essere informati e non manipolati.

La pretesa delle sardine per una comunicazione diversa, dalle istituzioni e dalla politica, nei confronti dei cittadini è dunque giusta. E non riguarda solo l’ex ministro degli Interni, con la sua Bestia: riguarda tutti, sardine comprese già da ora, ma soprattutto se mai dovessero fare l’errore di trasformarsi in ceto politico. Allora finirebbero per scoprire – come prima di loro hanno fatto i grillini, e ancora prima altri – la perenna attualità del piccolo capolavoro di George Orwell chiamato “La fattoria degli animali”. Per adesso godiamoci la loro, speriamo non inquinabile troppo rapidamente, freschezza.

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