“IL SANTI” CHE CI INSEGNAVA KANT

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Mentre scrivo, in cattedrale a Prato è in corso il funerale di Mario Santi. Ho qualche motivo per ricordare questa brava persona così a lungo attiva nella comunità pratese.

Fu lui il primo ad accorgersi, in quel lontano primo trimestre 1971, che fra me e una certa ragazza stava nascendo “qualcosa”. Lui, Mario Santi, allora insegnava filosofia in quell’Istituto Magistrale di Pistoia dove stavo frequentando l’anno integrativo (quello necessario per poi iscriversi a una facoltà che non fosse Magistero).

Lo avevo avuto professore, sempre con i dolori e le passioni della filosofia, anche negli anni precedenti, ma in quel 1971 tutto era diverso: a 19 anni incontrai la donna che poi ho sposato. Fu “il Santi”, con la sua umanità e simpatia che lo rendevano così “diverso”, ad accorgersene per primo, come ebbe modo lui stesso di ricordarmi qualche anno dopo.

In tutta onestà io e la filosofia non siamo mai diventati amici. Capivo poco, allora e forse pure oggi, perché mai si dovesse perdere un sacco di tempo ad elucubrare su questioni così complicate e, all’apparenza, inutili. La colpa però era solo mia, perché lui, “il Santi”, ce la metteva tutta.

Ce l’aveva messa tutta, in uno degli anni precedenti, anche con un compagno studente, più vecchio di noi perché ripetente, che giocava bene al pallone. Da Pistoia fu preso, professionista, in un grande club piemontese e se ne andò a vivere al Nord. Ricordo ancora il divertimento “del Santi” quando ci lesse una cartolina torinese che gli era arrivata dall’ex studente, con tanto di firma sopra uno sberleffo (“Kant che ti pass”) di assai facile intuitività.

E poi impossibile dimenticare, “del Santi”, il modo con cui ci raccontava la sua famiglia, in particolare i suoi figli. Arrivava a Pistoia in treno e sempre in treno rientrava a Prato. Non faceva altro, fra un Kierkegaard e un Platone, un Hume e un Fichte, che parlare dei suoi figli collegando filosofia e famiglia in modo originale e davvero umano.

Da qualche parte, in qualche scatolone, devono esserci (perché allora si poteva in modo libero. Non c’erano cavolate di praivasi che tenessero) foto di classe con noi pochi maschi e tantissime femmine all’Atto Vannucci di Pistoia. E con “il Santi”.

Quel Santi che poi diventò senatore e per diversi decenni ci è capitato di ricordare come quello che aveva intuito un “qualcosa” nato su quei banchi. Nonostante Friedrich Nietzsche.

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