PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI

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Alternativo alla grande l’incontro offerto dalla parrocchia di Bonistallo (in Poggio a Caiano, Prato) in una serata dove era fin troppo facile restare a casa per vedere i “cieli” di Sanremo: una riflessione sul Padre Nostro (“preghiera di Gesù e dei cristiani”) tenuta da una giovane docente presso l’Università di Catania. Una preghiera introdotta e letta non solo in greco antico ma perfino in aramaico, la lingua di Gesù. “Non per mera erudizione – ha spiegato Arianna Rotondo, la relatrice – ma per farsi aiutare dalla armonia di parole così come le pronunciava Gesù stesso”.

E così, mentre televisori e dispositivi erano sintonizzati su Carlo e Maria, un centinaio di persone (molti i giovani) stavano su un messaggio “altro” nello spazio – davvero storico – che il parroco, don Cristiano D’Angelo, ha da anni recuperato: l’antica chiesa di Santa Maria dove, durante i restauri, vennero trovati resti poi in effetti attribuiti a Bianca Cappello e al suo travagliato amore – finito in modo tragico 430 anni fa – per il suo Francesco (il primo dei Medici, Granduca di Toscana).

E’ qui che Arianna Rotondo ha parlato sulla preghiera forse più nota al mondo, quella che tutti – se cristiani – imparano da bambini ma che può valere anche per chi cristiano non è (uno che la apprezzava era Gandhi): la preghiera cui è facile ricorrere quando, per i motivi più vari, uno che magari non frequenta più chiese e preti da una vita sente il bisogno di rapportarsi con il Creatore; la preghiera suggerita proprio da Gesù in un contesto (e ha fatto bene Rotondo a ricordarlo) già di per sé radicale. “Quando pregate – sono le parole impegnative di Cristo che precedono, secondo Matteo, l’indicazione del Padre Nostro – non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente”.

Versetto per versetto, le poche (appena 56, nella traduzione più comune) parole della grande preghiera sono state meditate con la sottolineatura finale della sua “complessità perché racconta la rivoluzione cristiana”. Parole che “esigono responsabilità e reciprocità”: basta pensare allo straordinario incrocio fra la richiesta, a Dio padre, che ci “rimetta” quei “debiti” che abbiamo noi nei suoi confronti e l’impegno che, nello stesso tempo, noi ci prendiamo a “rimetterli”, quei “debiti” ai “debitori” nostri. Laddove sul verbo (“rimettere”) e sul sostantivo (“debiti”) molto ci sarebbe da dire. Arianna propone di sostituire il verbo con “lasciar correre” e il sostantivo con “ciò che è dovuto” raccontando, come ulteriore spiegazione, l’atteggiamento di Gesù nei confronti della adultera che qualcuno voleva uccidere. Tutti, a proposito di “debiti”, ricordiamo come si comportò il Figlio: segni misteriosi tracciati sulla polvere, parole agli accusatori, pietre che cadono.

Non rendiamo a nessuno male per male, impegnamoci in Te a essere giovamento a tutti”, parafrasava Francesco d’Assisi. Pensa tu se noi, frequentatori di social, riflettessimo a questo quando postiamo qualche parola: di quelle che vengono facili, ma che possono ferire.

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Autore

Mauro Banchini

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