ORDINE GIORNALISTI: AL VOTO COME 50 ANNI FA

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Urne aperte, anche per i giornalisti. L’appuntamento toscano per le elezioni all’Ordine è domenica 1 ottobre: si potrà votare in soli tre seggi (Firenze, Livorno e Siena) con modalità che bollare come “antiquate” è un complimento. Valgono ancora le vecchie norme fissate per legge all’inizio degli anni Sessanta quando la categoria non aveva i numeri odierni e quando la professione aveva scenari del tutto diversi.

Qui in Toscana sommando gli oltre 1.100 professionisti ai circa 4.200 pubblicisti si supera le 5.300 unità. Facile prevedere che al voto, per il rinnovo dei Consigli regionale e nazionale, andrà una minoranza esigua dando dunque vita a organismi poco rappresentativi. Personalmente spero che dalla Toscana venga rieletto, come pubblicista in Consiglio Nazionale, quel Luigi Cobisi che tanto ha operato, e bene, per dare ordine ai conti (economici) dell’Ordine

Nella categoria è forte il disincanto, se non l’ostilità, nei confronti di un Ordine che in tanti, anche fra i colleghi, vorrebbero veder abolito. Se poi ci aggiungiamo l’assurdità delle regole che, per legge, si è obbligati a seguire nelle giornate elettorali è chiaro come l’incentivo al voto sia davvero minimo: i seggi, ad esempio, in tutta la regione non possono essere più di tre e non esistono regole per la presentazione trasparente delle candidature (tutti sono candidabili. Al massimo vengono fatte circolare liste informali di disponibilità).

Tutto ciò nell’era del voto on-line (peraltro già praticato per elezioni di altri organismi di categoria) e nell’epoca della grande disaffezione verso le forme (tutte, ormai) di rappresentanza democratica.

La prima volta che ho sentito parlare della riforma di un sistema elettorale così obsoleto fu a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso: per un mandato stetti in Consiglio Nazionale e già allora sentivo ripetere che quella era … “l’ultima volta” che si votava così.

Evidentemente quel “così” sta un po’ bene a tutte (parlamentari ma anche quei – pochi – colleghi che si appassionano alle questioni ordinistiche e, in questi giorni, chiedono un voto a colleghi sfiduciati) perché altrimenti sarebbe bastato poco, anche durante le ultime piccole riforme dell’Ordine, per cambiare regole elettorali fatte apposta per respingere.

Chi scrive continua a trovare utile un Ordine anche per quella strana “professione” che è il giornalismo: utile non per la tenuta burocratica dell’Albo ma per due dimensioni (deontologica e formativa) che possono dare un senso vero all’esistenza del nostro Ordine.

E mi aspetto, dal nuovo Ordine, che intervenga subito almeno su una vicenda: quella che, in un corso formativo Ucsi qui in Toscana, ci riferì il presidente uscente, l’ottimo Nicola Marini. Il fatto cioè che fra chi non ha seguito neppure un’ora di attività formativa – nel primo triennio in cui questi corsi sono obbligatori e obbligatori … per tutti – ci siano tante firme “importanti”: colleghi che, a differenza della stragrande maggioranza, hanno contratti ricchi e occasioni grandi, anche di ulteriori guadagni oltre che di visibilità, da continue presenze televisive. Ecco: spero proprio che l’Ordine – a tutela di chi i corsi li ha fatti con serietà e dei tantissimi giovani sfruttati che però amano la professione. E i corsi li fanno – intervenga con durezza applicando, ai colleghi famosi che si sono rifiutati di fare i corsi formativi, le sanzioni più rigide. La formazione, necessaria per tutti, non può rivelarsi obbligo per i meno protetti e optional per i più potenti: se ciò fosse sarebbe una presa per il bavero: inaccettabile e buffa. Come è inaccettabile, e buffo, costringere a votare con le regole di mezzo secolo fa.

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Autore

Mauro Banchini

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