MONTAGNE E FUTURO: VISIONI DA VISIONARIO

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A essere visionario ci si mette poco: non costa nulla, ti fa galoppare con la fantasia e se hai l’accortezza di non esagerare, anche il risveglio (inevitabile) può essere positivo.

A me capita spesso di esserlo, visionario. Giorni fa ho provato l’ebbrezza su stimolo di un amico, Federico Pagliai  circa il futuro della nostra montagna. Scriveva, Federico, in Facebook sulla distanza tra “flusso” e “luogo” intendendo che non sarà certo dal turismo “mordi e fuggi” che potremo giocarci, in positivo, il domani della montagna: preferisce, lo scrittore, qualcosa di più stabile e su questo, pur non demonizzando certo il turismo, ho diverse tonnellate di ragioni per concordare.

Avessi la bacchetta magica, potessi intervenire attraverso flussi di denaro in favore dei monti sopra Pistoia, darei priorità non ad altro ma solo alla strada. Rendere più veloce, più sicuro, nel rispetto dell’ambiente, il collegamento viario (la statale 66) con la pianura potrebbe essere – è il visionario che parla – una buona premessa per aiutare, magari anticipandolo, quello che sarà – è il visionario che ne è sicuro – l’inevitabile trend in un domani più o meno prossimo: una nuova residenza su colline e montagne che sovrastano Firenze e Pistoia attraverso Prato.

Quello che accade ora, facile capirlo, è del tutto antico e irrazionale, illogico e ingiusto, sciocco e criminale: una pianura iperurbanizzata, iperinquinata e iperconfusa dove, continuando così, non ci sarà più mezzo metro di terra libera. E dove si vive male: con situazioni assai poco “rinascimentali” in una Firenze vittima di un cattivo turismo di massa che obbliga la gente normale ad abbandonare lo splendido (fino a quando?) centro storico. E in contemporanea tutta la vasta fascia montana, quella che oltretutto pulisce l’aria inquinata, sempre più abbandonata: sottratta alla vita.

So benissimo da solo che le questioni sono molto complesse, ma da visionario posso pure pensare alla inevitabilità di un riequilibrio residenziale. Ciò che oggi appare impossibile, presto potrà non essere più tale: anche grazie alle tecnologie, alla “rete”, alle rapidissime trasformazioni del lavoro, grazie al maggiore tempo libero che tutti noi avremo, grazie ai robot e al fatto che una percentuale elevata di lavori futuri oggi non è ancora stata inventata eccetera eccetera.

Il mondo nuovo che si sta costruendo potrebbe – perché no? – rendere, e in tempi rapidi, obsolete tutte le nostre antiche sicurezze. Anche nel rapporto pianure/montagne secondo cui solo nelle prime poteva esserci progresso mentre alle seconde, nel migliore dei casi, andava riservato il cliché di qualche “disneyland” da consumare “fast”, in estate o in inverno, per poi fuggirne subito. Perché la vita vera stava giù.

E se invece tutto si ribaltasse? O, comunque, si potesse riequilibrare?

Chi lo ha detto, per fare un esempio, che in questa logica (appunto: visionaria) un ospedale messo in un paese di montagna debba, al massimo, essere sminuito in una sigla incomprensibile (PIOT) per non far capire che, in pratica, lo si è chiuso da un pezzo perché un ospedale serio non può stare che in pianura? Sono forse “seri” gli ospedali sorti già vecchi in due città della nostra pianura? Quelli dai grandi spazi ricchi di centri commerciali ma poveri di posti letto? Impossibile pensare, per determinate cure, a strutture ospedaliere di nuovo tipo in zone montane?

Centrale, da visionario, è la necessità di riportare vita (dunque residenza stabile) in paesi oggi, andando avanti così le cose e i modelli di “civiltà”, destinati all’abbandono. Ma la visione del visionario riguarda pure altro. Anche  il concetto complicato di “cultura”. Negli ultimi due anni di vacanze estive nel nord est della Francia (il nostro … Sud), ho visitato due musei (il Louvre a Lens e il Centre Pompidou a Metz) che mi hanno confermato nella dimensione visionaria.

Cose note: una scelta politica, di respiro, che con grandi fondi pubblici (anche europei) ha saputo costruire spazi museali di livello in territori da riequilibrare: dove i musei “madre” espongono opere d’arte, organizzano iniziative, mostre, eventi di richiamo. Modi per valorizzare, attraverso l’arte e il suo indotto, territori periferici ma anche per decongestionare aree metropolitane già iperaffollate.

Da tempo a Firenze è aperto un dibattito sulla necessità (direi pure: l’obbligo) di decongestionare l’offerta culturale dal centro storico. E già, con il ministro Franceschini, non mancano sensibilità ed azioni per un turismo sostenibile (il 2019 sarà l’anno del “turismo lento”) in sinergia con una seria valorizzazione dell’enorme patrimonio culturale (a volte neppure tanto di serie B) diffuso ovunque nel territorio italiano. Liberare da folle, alla lunga insostenibili, le grandi città d’arte di un Paese dalla bellezza diffusa: può essere una sciocchezza meno sciocca di quanto non sembri all’apparenza.

E oggi che le tecnologie consentono di fare tutto, compresa la riproduzione fedelissima di qualunque opera d’arte o comprese le magie della realtà aumentata, impossibile non trovarsi a pensare come potrebbe diventare “visione”, anche in aree interne oggi periferiche, ciò che oggi appare “visionario”. Interessante e visionario, a proposito, il tema dei Dialoghi sull’uomo 2018: “Rompere le regole: creatività e cambiamento“.

Proprio vero: a essere visionario ci si mette poco; non costa nulla, ti fa galoppare con la fantasia e se hai l’accortezza di non esagerare, anche il risveglio (inevitabile) può essere positivo. O no?

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