MICHELE E QUEL SUO DRAGO

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Confesso un terrore personale: morire soffocato. Si capisce dunque bene uno dei molti motivi per cui la lettera di Michele Gesualdi mi ha così colpito.

Da tre anni Michele combatte quel drago chiamato SLA (“alcuni sintomi mi dicono che il passaggio al mondo sconosciuto potrebbe non essere lontano”, ha scritto giorni fa nel suo appello ai presidenti di Camera e Senato perché si acceleri la legge sul testamento biologico con la dichiarazione anticipata di volontà del malato). Lui, il Michele che della parola ha fatto la ragione della sua vita avendone appreso l’importanza dalla diretta lezione di don Lorenzo Milani, sono tre anni che non ha più potere pieno sulle sue parole.

Ricordo il suo umanissimo imbarazzo nel farsi riprendere dalle videocamere quando, appunto tre anni fa, lo incontrammo nella “sua” Barbiana come giornalisti saliti lassù per ascoltare il respiro di quella terra. Cominciammo a vederlo in difficoltà allora. E si ebbe la conferma di quanto forte fosse il suo spirito di combattente. Ricordo il tremore interno che provai quando gli chiesi come diavolo si chiamasse quella “cosa” che lo aveva colpito e lui mi rispose “SLA”.

Ne ho già visto uno, fra gli amici veri, passare al “mondo sconosciuto” per colpa di questa malattia ancora oggi (chissà per quanto ancora?) senza cura. Si chiamava Vinicio. A Pistoia faceva l’ottico. Aveva la stessa grande passione di Michele (la politica) e di tanti fra noi. Pieno di vita, venne aggredito da quel “drago”. In qualche anno se ne andò. Anche lui bloccato nel corpo “come in una colata di cemento“. Anche lui con il cervello perfettamente funzionante.

Anche lui capace di comunicare (e come comunicava …) solo attraverso gli occhi. Consapevole che sorella morte sarebbe arrivata presto: con il rischio di prenderlo attraverso la banalità di una deglutizione, di un respiro. Anche lui con una famiglia accanto che temeva quella fine. Anche lui fermo, come Michele, nella fede nel Cristo risorto e nella certezza che la vita non finisce con la morte.

Letto l’appello di Michele e fatto i conti con quelle lacrime che fino a qualche anno fa non sarebbero scese ma ora (è il bello dell’invecchiare) non si vergognano di rigare il viso, ho trovato logico mandargli un sms. Puerile, forse, ma sincero. “Ti voglio bene, Michele”.

L’ho poi riletto più volte, quell’appello. E ho sentito, per caso, su vita e morte, una incredibile intervista proprio a Michele. Per il tramite di Sandra: capace di parlare con il babbo, di capire quello che il soffio della bocca e il cenno degli occhi ancora raccontano. L’ho sentita, l’intervista, su Radio Radicale: una radio che ascolto spesso nonostante le tante, serie, obiezioni che mantengo su alcune fra le politiche di quella famiglia politica anch’essa, purtroppo, oggi in forte crisi dopo la morte del leader.

Dei radicali non ho mai sopportato la visione, che trovo conservatrice, avendo invece sposato quella solidaristica, personalistica e comunitaria, che mi viene dalla dottrina sociale della Chiesa. Forti le mie riserve, esempio, sul “diritto alla eutanasia”. Ma dei radicali ho sempre ammirato la pulizia, l’onestà nelle loro lotte.

Non c’entra nulla, l’appello di Michele, con l’eutanasia. Lo scrive lui stesso, con chiarezza. Sa bene, Michele, che anche la politica più pulita tende a strumentalizzare persone e situazioni. E il suo appello non si fa certo strumentalizzare. “Non si tratta – scrive – di favorire l’eutanasia, ma solo di lasciare libero l’interessato, lucido cosciente e consapevole, di essere giunto alla tappa finale, di scegliere di non essere inutilmente torturato e di levare dall’angoscia i suoi familiari, che non desiderano sia tradita la volontà del loro caro”.

Così come nel caso di Vinicio, e in chissà quanti altri casi quotidiani, anche la vicenda di Michele Gesualdi ha una sua potenza educativa. La sofferenza di Michele, e dei suoi cari, ci insegna un sacco di cose. Facile dirlo – convengo pure io – se si è tranquilli, in una situazione di piena salute: un po’ meno – credo – quando il “drago” attacca proprio noi. Ma Michele, quello che assistette alla morte di don Milani, dobbiamo ringraziarlo anche ora: continua, soffrendo, a tenerci sulla via dell’I care.

Di lui, tante le vicende che mi hanno colpito. Una su tutte: la dignità con cui seppe scendere le scale del potere una volta terminato il servizio come presidente della Provincia. Ma, in modo inevitabile, mi colpisce anche questa: la sua ultima vicenda terrena, su un terreno scivoloso che io osservo da fuori e che lui soffre dal dentro; la forza del suo appello, la potenza del suo grido; l’invito, cristiano, a “non opporsi” quando Dio chiama; l’umiltà di non “sfidarlo come se si fosse più bravi di lui”.

Non so proprio come chiudere. Forse basta ripetere “Ti voglio bene, Michele”.

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Autore

Mauro Banchini

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