LA MARATONA. QUELLA DI FIONA E LUISA

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Ma ci arriveranno mai a New York, per correre la mitica maratona, le due donne interpretate da Fiona May e Luisa Cattaneo che per un’oretta non fanno altro che correre, e chiacchierare fra loro, sul palcoscenico di un teatro (nei giorni scorsi al Rifredi di Firenze)?

Ce la faranno a finire questo infinito allenamento che, correndo insieme, le porta a confidarsi fra loro, a raccontarsi nelle loro paure, nei ricordi, nelle aspettative? Significa qualcosa, oltre alla dimensione sportivo-salutistica, questo correre insieme di due donne molto diverse anche perché una, la più apparentemente sicura, è nera e l’altra, quella che non trova le chiavi dell’automobile, ha la pelle bianca? Ma, soprattutto, qual’è il messaggio che le due donne, con la loro corsa infinita, ci consegnano nel solco dell’antica leggenda sul messaggero portatore di un’annuncio di vittoria che, arrivato alla meta, muore per lo sforzo sopportato?

Qualcosa, alla fine, accade a spiegarci il senso della maratona e forse il contenuto del messaggio. Qualcosa di intuibilmente drammatico. Qualcosa che riguarda la vita terrena che si interrompe e, forse, prosegue altrove con la nostalgia di un Dio pregato, da bambina, sotto le lenzuola e poi via via quasi dimenticato. Qualcosa che fa emergere la strada: lo spazio dove le due amiche, correndo, fino a quel momento si erano raccontate. Qualcosa che riguarda il messaggio, non solo la maratona.

Si lascia ricordare, questo spettacolo. Le due attrici in scena, la fatica di correre la provano davvero: non fanno altro che correre sul serio (e noi, dalle poltrone, la corsa non solo la vediamo con gli occhi ma la ascoltiamo pure nel ritmo dei piedi). Dall’inizio alla fine, per una cinquantina e oltre di minuti, Fiona e Luisa corrono quasi tutto il tempo. Corrono e parlano, si raccontano nelle loro diversità e nel loro stare affiancate o distanziate, in un testo riadattato a misura di donna.

Parola chiave? “Amicizia”, certo. “Fatica”, può darsi. Potendo scegliere, però, come parola io ne preferirei un’altra. “Messaggio”.

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