MAFIA OGGI: IL “TEMPO” DI PAOLO

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Tradotto, quel “picca nai”, significa “poco ne hai”. Ovvero “di tempo te ne resta poco”. Parole inquietanti in quella lettera anonima recapitata dalla mafia ieri presso la sede romana di “TV2000” e indirizzata a un giornalista che lì è stato assunto: il siciliano Paolo Borrometi, che il presidente Sergio Mattarella ha voluto insignire di un riconoscimento ufficiale (“cavaliere del lavoro”) assai bene meritato dal coraggio di questo giovane collega che, per “colpa” dei suoi articoli contro la mafia, è minacciato di morte e da anni vive sotto scorta.

Ho potuto incontrarlo, stringergli la mano, ascoltare la sua storia, pochi giorni fa. Qui in Toscana, a Calenzano, dove era stato invitato con il suo libro (“Un morto ogni tanto. La mia battaglia contro la mafia invisibile”, Solferino, 2018) giunto alla quinta edizione.

A noi che viviamo in comunità, almeno in apparenza, non coinvolte da mafie, ci fa un po’ effetto quella frase (“ … ogni tanto un morto – un murticeddu – vedi che serve, per dare una calmata a tutti …”) intercettata dalla magistratura: due mafiosi si riferivano a lui, Borrometi che con le sue inchieste stava loro rovinando la piazza. Parlavano del piano per ucciderlo: con una bomba, uccidendo dunque anche altri innocenti, magari compresi gli agenti di scorta che da anni, in 5, lo proteggono.

Noi non ci siamo abituati, ma forse faremmo bene ad accogliere le parole di Paolo, dette proprio a Calenzano e chissà quante altre volte in Italia, sul fatto che le conseguenze della mafia le abbiamo fra noi, ogni giorno, anche nella nostra vita quotidiana. Pure qui, in Toscana.

Faceva impressione, nel Comune di Calenzano, vedere tre agenti che stavano lì a guardare noi, avendo prima controllato la sala, con gli altri due che stazionavano giù in basso. Non c’è tempo, neppure voglia, di chiedere come si viva in queste condizioni: senza libertà. Possiamo solo intuirlo.

E fa pure effetto quella frase posta da Paolo all’inizio del libro (“Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia; il resto è propaganda. Il suo compito è additare ciò che è nascosto, dare testimonianza e, pertanto, essere molesto”). La citi spesso, quella frase, nei tuoi spesso inutili tentativi di raccontare ciò che dovrebbe essere il giornalismo, e un po’, davanti a Paolo, finisci per vergognartene. Lui molesto lo è davvero. Fa nomi e cognomi. Racconta la mafia, in Sicilia e oltre, che si raggiunge, come sosteneva Falcone, “cercando i soldi”.

Le sue inchieste – esempio quella sulle infiltrazioni mafiose nella coltivazione del pomodoro Pachino, laggiù, nelle splendide terre dove è nato – hanno dimostrato criminalità, hanno fatto perdere un sacco di soldi a certi mafiosi che non gliel’hanno perdonata. E che ogni tanto, come ieri, tornano a rammentarglielo. Procurando qualche riga di solidarietà su qualche giornale e lasciandolo nella paura, ma anche nella certezza su come sia bello, utile, fare il proprio dovere. Ce lo ha detto – eravamo pochi – pure a Calenzano. “Non sto facendo qualcosa di eroico, ma solo il giornalista, solo il mio dovere. Non ci si può pentire di fare il proprio dovere”.

Si conclude, il libro, non solo con tanti nomi e cognomi di mafiosi (e di politici locali asserviti alla mafia, anzi: creati dalla mafia) ma anche con una vittoria: qualche decina di arresti, nel luglio 2018, a Pachino. E si conclude, soprattutto, con un appello ai giovani. “ … A morire di mafia non sono solo le vittime che cadono riverse per strada, i morti ammazzati, ma tutti coloro che si rassegnano a vivere nella illegalità e nella ingiustizia. Chi chiude gli occhi. Chi si gira dall’altra parte. Chi fa affari con i mafiosi o chiede favori ai potenti …”.

Sono questi i giorni in cui qualcuno, fra i giornalisti credenti, si ferma a riflettere nel nome di San Francesco di Sales. E cerca di far riflettere sul senso di una professione oggi in decisa crisi perché certe cose se l’è scordate o le cita nei convegni o nei corsi formativi. Attenzione, però: la cosa riguarda tutti, non solo i giornalisti. Riguarda tutti.

A Paolo Borrometi, che racconta la mafia “visibile” ma ci ricorda pure che ne esiste una “invisibile”, anche il mio, di affetto.

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