MAEBA: CHE FARCI NELLA EX DISCOTECA?

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Che farci nell’ex Maeba di San Marcello Pistoiese? Nel dopoguerra – lo ricordo per chi non è nativo – è stata una (allora) famosa sala da ballo. Si chiamava “Casina di Vetro”. Poi negli anni Settanta, cambiando nome (appunto: “Maeba”: pare una principessa polinesiana, ostacolata dal padre perché voleva sposare un pescatore), divenne discoteca: resse qualche anno, con alti e bassi, fino alla chiusura definitiva.

Come tutti i compaesani di una certa età ho, della “Casina”, ricordi anche piacevoli: i pomeriggi della domenica quando si poteva ballare (miope fin da allora, mi vergognavo di portare gli occhiali da vista. Per cui, nella penombra, vedevo praticamente nulla). Le feste con il mitico Manlio. Le esibizioni di Willy. I biliardini e i ping pong. Ma anche la cugina Fiorenza che serviva al bar e nascondeva sotto il bancone i ragazzi di leva (allora, in giugno, l’Esercito veniva sui nostri monti ed erano “guai” quando la ronda trovava militari fuori orario).

Ricordo di aver giocato a biliardino con Gigi Riva ed altri quando il Cagliari scudettato passava la preparazione estiva a San Marcello. E ricordo che qualche volta, per ascoltare a sbafo i complessi – importanti – che passavano da lì, ci si arrampicava sul grotto dove ora c’è la palestra. Ricordo i gruppi che in estate si formavano attorno ai tavolini esterni del locale: decine di giovani, fra residenti e villeggianti, impegnati in divertimenti che oggi farebbero sorridere. Anzi ridere

Ricordo le burle, i tentativi di agganciare le turiste. Uno fra i ricordi che non riesco a levarmi dalla mente, e che mi fa sorridere ogni volta che passo accanto alla sua tomba giù al cimitero, è quando Vincenzino, arrotando la “erre”, faceva finta di essere “Gege’ l’Ampolla Principe del Tindaro”. E qualcuna pure ci credeva.

Poi l’abbandono e poi il Comune, proprietario dell’area, che decide. Con soldi della Regione e di una Fondazione bancaria (ho in mente almeno mezzo milione di euro. Magari mi sbaglio per difetto), il vecchio locale viene abbattuto: trovato l’inevitabile amianto, i lavori rallentano di più. Poi, piano, viene tirato su un nuovo edificio: che da anni sta lì, chiuso. Nessuno sa cosa farci.

Un anno fa il bando per la gestione: facile capire che nessuno si sarebbe presentato. Ora la nuova amministrazione cerca di risolvere il caso. Il punto è sempre quello: che farci? E chi, in un paese dove non mancano esempi di degrado non affrontato (ex cinema ed ex Conservatorio), prende la gestione?

Lo spazio interno non è molto. Una sala che, se ricordo bene, è poco più grande della “Baccarini”; più altre stanze di dimensioni minori. E poi lo spazio esterno, piuttosto grande e in una posizione felice: all’ingresso del paese, accanto all’altro spazio (la ex stazione) che il Comune ha da poco acquisito, ma anche accanto a quei giardini pubblici, tutti da rivedere, lo scorso anno intitolati a un direttore d’orchestra a lungo qui villeggiante. E a due passi da un campo sportivo tornato verde grazie ai soldi ASL ma che non potrà mai essere, viste le dimensioni ridotte, struttura sportiva per ospitare, in regola, partite di calcio. Una parte di paese da ripensare.

Dunque che farci in quelle stanze dell’ex Maeba? Ma soprattutto: chi lo fa? La situazione che si trova a dover gestire il nuovo sindaco è singolare: in genere lo scopo di un’opera viene deciso prima di fare il progetto. E’ il progetto che si adatta a ciò che si vuol fare, non l’opposto.

Alcune mamme hanno sollecitato, giustamente, uno spazio per i giovani. Se ho capito sono in corso riunioni e contatti. C’è da sperare in un successo, anche per non aver sprecato tutti quei soldi. L’intuizione originarie parlava di “sala polivalente”: sarebbe in effetti utile una “sala di comunità”. Così vengono definiti, anche nella nuova legge sul cinema, i tanti ex cinema parrocchiali: molti chiusi da decenni, ma alcuni tuttora aperti con la formula (appunto) delle sale di comunità.

Spazi (in piccoli paesi ma anche in quartieri di grandi città) in cui, anche grazie alle potenzialità delle nuove tecnologie, la comunità nelle sue varie componenti si può riunire per guardare un film, uno spettacolo teatrale, ascoltare e fare musica, frequentare corsi di formazione, leggere un libro o il quotidiano, utilizzare una connessione web, prendere un caffè, chiacchierare, guardare una mostra, ascoltare una conferenza, passare il tempo stando insieme …

Le tecnologie che annullano le distanze offrono, anche a queste piccole sale di periferia, potenzialità un tempo impensabili (guardare in diretta partite di calcio o concerti o prime teatrali …). Ma la cosa principale sta nel concetto (“di comunità”) che accompagna la parola (“sala”). Come sarebbero, ad esempio, utili, in quel di San Marcello e dintorni, proiezioni, anche mattutine, di film anche per le tante persone anziane che abitano i nostri paesi di montagna e la cui unica possibilità di fruire video sta nel chiudersi da soli in casa davanti alla tv? Come sarebbero intriganti corsi di aggiornamento continuo all’uso del web e dei social da parte di persone anziane che potrebbero trovare nei ragazzi ottimi tutor? Due esempi, fra i tanti possibili.

Oppure, magari coinvolgendo associazioni di categoria, utilizzare una delle stanze – o anche l’intero spazio, se altri utilizzi non risultassero fattibili – per possibili forme di coworking. Nelle sue continue e rapide evoluzioni, il digitale annulla ogni distanza: magari, cercando gli opportuni contatti in modo non improvvisato e in ambienti qualificati, si potrebbero trovare collegamenti con forme innovative di imprenditoria per le quali uno spazio, lontano dai grandi centri ma immerso in un ambiente ancora pulito, potrebbe risultare intrigante …

La cosa certa è che, per questo e in genere per l’utilizzo della struttura, non può essere solo l’amministrazione comunale ad attivarsi. L’ex Maeba può essere ottima cartina di tornasole, nella comunità che abita in San Marcello, per un nuovo progetto di sussidiarietà. I numeri e le risorse umane, in un paese piccolo, sono quelli che sono: pochi. Pochissimi, in particolare, i giovani. Ma forse qualcosa è ancora possibile per non arrendersi alla sterilità della lamentazione, alla inutilità del chiacchiericcio o alla pigrizia dell’affidarsi al potente di turno. Su questo sito (www.labsus.org) anche storie di soluzioni possibili nonché idee per possibili percorsi partecipativi attorno alla gestione di beni comuni.

Ma, ecco il punto vero, esiste in loco una “comunità” che abbia ancora voglia, sull’ex Maeba o sull’ex “Appennino”, di essere tale? Riuscirà “Gegè l’Ampolla” a trovare ancora quella leggerezza e quella sapienza necessarie per farsi credere “Principe del Tindaro”? E riuscirà, nell’anno di grazia 2018, la bella principessa “Maeba” a coronare il suo sogno d’amore prendendo in sposo, nonostante il volere del re, un semplice pescatore?

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Autore

Mauro Banchini

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