LO STILE DEL GIOVANE MORO

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Ho appena letto un intervento di Aldo Moro alla Costituente, il 13 marzo 1947, che le “Edizioni di Comunità” hanno opportunamente pubblicato in una collana (Humana Civitalis) dedicata al “pensiero di uomini e donne liberi animati da un ideale di convivenza umana”. Si soffermava, Aldo Moro, su quelli che poi sarebbero divenuti i primi tre articoli della nostra Costituzione. I “tre pilastri” – questo il titolo dato al discorso – che formano la base del nuovo Stato italiano: la democrazia in senso politico, in senso sociale, in senso umano.

Colpiscono la raffinatezza, l’eleganza, lo stile usati da Moro per argomentare le sue tesi. Che poi erano le stesse caratteristiche dimostrate da altri costituenti, di ben altre formazioni ideali, con i quali il futuro presidente del Consiglio in quel momento stava interloquendo nella costruzione della “casa comune”. Ma colpisce anche un altro aspetto: quando pronunciò quelle parole – che lasciano intuire una preparazione culturale e una sensibilità politica di assai elevato livello – Aldo Moro aveva compiuto da poco trent’anni.

Uno degli attuali vicepresidenti del Consiglio ha già un anno in più mentre l’altro, di anni in più ne ha quattordici. Entrambi bravissimi con twett e selfie. Entrambi già molto, ma molto, antichi se non vecchi. Come non provare tristezza davanti al confronto? Come non auspicare un ritorno indietro, rispetto all’era dei rutti? Come non sperare nel valore della cultura?

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