UNA “LIBERA” CHIAMATA EMANUELE

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“Libera”, migranti e mafie. I tanti che hanno affollato la troppo piccola “sala giovani” di Comeana per ascoltare don Luigi Ciotti intervenuto alla inaugurazione del presidio “Libera” dei due Comuni medicei (Poggio a Caiano e Carmignano), certo si attendevano questi due profili.

E certo si aspettavano la passione che ha attraversato le parole di un prete da anni costretto a convivere sotto scorta. Una passione che, ascoltarla, fa bene in un contesto dove è fin troppo facile “vivere” rassegnati, chiudersi in casa, aspettare che “la notte” passi.

Si intitola a Emanuele Riboli, il nuovo presidio di “Libera”: in omaggio a una scelta tipica di questo movimento che tiene molto alla “memoria” di vittime troppo spesso ridotte a numeri in una oscena contabilità che dimentica che queste erano persone. Vive, prima di essere uccise.

Pochi, almeno qui da noi, sanno o ricordano quella lontana storia: un ragazzo, 17 anni, figlio di un imprenditore in provincia di Varese, rapito nell’ottobre 1974 e ucciso dalla mafia che aveva chiesto un forte riscatto. Avvelenato e  … dato in pasto ai maiali.

Ed è stato commovente ascoltare la richiesta di don Ciotti ai due sindaci affinché facciano apporre targhe, nei rispettivi cimiteri, come se Emanuele abbia finalmente trovato un luogo dove per i parenti rimasti – le sorelle – e per tutti noi, sia possibile lasciare un fiore, una preghiera. Facile prevedere che la richiesta “donciottiana” (strana la somiglianza con “donchisciottiana”) sarà accolta.

A firmare il “patto di presidio” una dozzina di associazioni locali (fra cui una “oasi apistica” che ha consentito a don Andrea Bigalli, referente toscano di “Libera”, una battuta sulla originalità, in “Libera”, di una associazione come questa). Diversi i giovani. E a tutti, in particolare a loro, don Ciotti ha affidato la sua passione.

Passione per un impegno non solo personale ma anche comunitario (“Diffidate dei navigatori solitari … Solo unendo le forze è possibile costruire una forza di cambiamento … Il cambiamento che sogniamo ha bisogno di ciascuno di noi”). Da non scordare: anche se oggi tutto pare puntare sulla logica degli “uomini soli al comando”.

Poi l’invito, sapiente, a “saper distinguere” rifiutando il pessimismo delle generalizzazioni negative (“Dobbiamo riconoscere le cose positive che ci sono ovunque, anche nella politica: in genere non fanno chiasso ma ci sono”): un invito a resistere, ad “assediare la realtà con la nostra cultura”, perché oggi c’è bisogno di “mettersi in gioco tutti quanti, sentendoci tutti parte di una comunità”.

Una reazione forte, da un prete che poco prima aveva celebrato Messa nella piccola chiesa, sulla “gestione repressiva dei migranti con un attacco ai diritti umani che non è possibile accettare come se le cose contassero più delle persone”. Quanti, anche nei Comuni medicei, finiscono invece per riconoscersi, e perfino votare, “chi mostra i muscoli sulla pelle dei più deboli“. Un invito a essere “lottatori” nel mondo tenendo in considerazione anche i tanti disagi – anziani e malati in primis – che abitano i mondi locali.

E poi le parole sulla mafia. Partendo dai rapporti ufficiali don Luigi ha indicato il rischio di fermarci a 26 anni fa, alle strage di Capaci e di Via d’Amelio, scordando o sottovalutando le enormi trasformazioni che le mafie hanno saputo dare ai loro metodi, alle loro presenze, ai loro guadagni.

Mafie in tutte le regioni, mafie sempre più “flessibili e reticolari”, mafie sempre più intrecciate con mondi imprenditoriali, economie grigie, professionisti, massonerie deviate, politici, istituzioni. A “sparare” restano solo due gruppi di fuoco (Napoli e Foggia) ma il resto è cambiato e “tutti oggi siamo chiamati a fare la nostra parte”.

La strada è certo “in salita”, la speranza può anche essere “fragile” ma “i veri sognatori sono le persone più pratiche e concrete” per cui tutti siamo chiamati a “inventare nuove primavere e un nuovo pensiero”.

Difficile? Certo (“E non dobbiamo mai temere di essere fragili: è il saperlo che ci rende più forti”) ma quella è la strada giusta. Lo ha anche detto alla fine, commossa, Piera Tramutra. Vive a Comeana e molto si è spesa perché un nuovo presidio nascesse lì. Suo fratello Calogero, commerciante siciliano di arance, aveva un unico difetto: era un uomo onesto. Un grave peccato per la mafia. Che, nel 1996, lo uccise. “Libera Prato” porta il nome di suo fratello.

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