LA TERRASANTA DEL FOTOGRAFO CECO

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Imperdibile per chi, credente o meno, praticante o meno, si è fatto affascinare da quella che non a caso si chiama Terrasanta e che oggi è divisa fra due realtà che, anche nel nome di due diverse religioni, potrebbero dialogare ma si combattono a suon di rancore mentre la terza religione, la cristiana, nella indifferenza generale e purtroppo anche di moltissimi fra noi cristiani di un Occidente stanco, si sta riducendo a un peso numerico sempre meno consistente. Imperdibile il documentario (“Koudelka fotografa la terra Santa”) che ho potuto vedere a Firenze, nel Cinema della Compagnia, nell’ambito della rassegna “Lo schermo dell’arte”.

Si chiama Josef Koudelka: è un fotografo ceco (nato nella Repubblica oggi Ceca) sugli ottanta anni, uno fra i fotografi (agenzia Magnum) più conosciuti al mondo.  In anni ormai preistorici, nel 1968, scattò testimonianze sulla rivolta di Praga contro il potere sovietico. Scatti, celebri, sulla folla che tenta di impedire l’ingresso di carri armati: la tragica fine della primavera di Praga.

Da qualche anno Koudelka fotografa la realtà, pesantemente condizionata dal muro divisivo costruito dai governi d’Israele, a cavallo fra Israele e Palestina. E’ proprio quel muro a essere il vero protagonista degli scatti. Per qualche tempo un giovane regista israeliano, Gilad Baram, ha seguito il fotografo ceco in un viaggio attraverso conflitti e contraddizioni, ingiustizie e rancori. Nasce da qui il documentario: con un dialogo continuo tra cinema e fotografia che lo rende pieno di fascino e, a mio giudizio, imperdibile.

Imperdibile, in particolare, per chi in quelle terre c’è stato e quindi non ha potuto non vedere il muro; e non può che condividere l’appello conclusivo di Koudelka circa la “sana rabbia” che ti prende, oggi, in quelle terre dove le tre grandi religioni monoteiste sono di casa e dove – come sono soliti ripetere i francescani – si vive un continuo contrasto fra le “pietre” dei grandi scavi, dei monumenti, delle chiese e dei minareti, delle sinagoghe e del Tempio, con le “pietre vive” rappresentate da una parte della gente comune: quella che soffre.

Ho provato in prima persona quella “sana rabbia” anche lo scorso marzo. Vicino a uno dei “varchi” di Betlemme, a poche centinaia di metri in linea d’aria, dalla Basilica della Natività. Camminando da solo sotto il muro, tra filo spinato e torrette, certo osservato da chissà quante telecamere israeliane, mi sono trovato dentro un cimitero musulmano in rovina, devastato, abbandonato. Un ricordo spettrale. Dall’altra parte la tomba di Rachele, luogo sacro per il popolo ebraico, il terzo più sacro in assoluto: luogo di aspri conflitti, di combattimenti.

Non può prenderti quella “sana rabbia” quando ti rendi conto che tu, turista, da quei “varchi” fra il muro passi tutto sommato con facilità mentre per i palestinesi il passaggio è difficoltoso se non impossibile. Tutto ciò crea rancore. Un rancore che si respira.

Belle le considerazioni iniziali e finali di Koudelka sul paesaggio: il paesaggio devastato dal muro e dall’odio, ma anche il paesaggio desertico che tutti, andando in Terra Santa, hanno modo di vedere (ad esempio scendendo da Gerusalemme verso Gerico e verso il Mar Morto).

Da non credente, il fotografo ammette la “religiosità” che scaturisce da quel paesaggio. Da credente ricordo la forza di una Santa Messa, celebrata dal vescovo toscano Rodolfo Cetoloni, in mezzo a quel deserto. Dove pregare, e pensare, diventa facile. Dove il silenzio ti prende. Dove il muro in cemento armato non è, almeno ancora, arrivato.

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Autore

Mauro Banchini

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