La sfida di una Parola che “buca”

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Questa domenica, ultima del gennaio 2020, ha visto celebrata in tutte le chiese cattoliche del mondo nientemeno che la Parola di Dio.

E’ stato papa Francesco a volerla, questa giornata, tramite una lettera apostolica (“Aperuit illis”) diffusa pochi mesi fa. Decisione interessante, anche considerata la scarsa nostra propensione – parlo di noi praticanti, ma fra i non praticanti va ancora peggio – verso la conoscenza delle Scritture.

Viviamo, specie qui in Italia, in un contesto dove pochi hanno l’abitudine a leggere e dove chi legge spesso finisce per trovarsi in difficoltà davanti a testi con un minimo di complessità: fenomeni preoccupanti, fra librerie che chiudono, giornali che nessuno legge, analfabetismi di ritorno e di andata, overdose di immagini false e notizie sempre più taroccate. Contesto pericoloso, anche ai fini del nostro essere cittadini consapevoli, che sempre più ci priva della possibile bellezza, sapienza, utilità derivante dall’Antico e dal Nuovo Testamento.

Il mio parroco, questa mattina, ci si è soffermato con parole giuste. A fine messa ci ha donato non solo un Vangelo ma anche un foglietto utile a introdurci nei “segreti” della cosiddetta “lectio divina”: il silenzio preliminare, la lettura a voce alta di un testo sacro, l’approfondimento, la preghiera, la contemplazione.

Giorni fa mi è capitato di entrare in una chiesa nel centro storico di Firenze. A pochi passi dal Duomo. Erano anni che lì non entravo. Me la ricordavo scura. E tale in effetti era fino ai restauri, terminati da poco, che le hanno restituito luce e qualche affresco.

A quell’ora non c’era nessuno, nella chiesa di San Giovannino degli Scolopi. Solo una donna, in ginocchio, a pregare.

Luoghi incredibili le chiese, pieni di silenzio e potenzialità. Spazi a disposizione, gratuita, per credenti e miscredenti. Perfino per chi sostiene di non credere. Lì puoi fermarti, anche solo – cosa rivoluzionaria – per pensare. Mi piace una chiesa deserta, specie quando ci trovo un leggio aperto. Con la Parola.

In San Giovannino ho trovato Giobbe. Capitolo cinque. “Egli sorprende i saccenti nella loro astuzia e fa crollare il progetto degli scaltri. Di giorno incappano nel buio, in pieno sole brancolano come di notte. Egli invece salva il povero dalla spada della loro bocca e dalla mano del violento. C’è speranza per il misero, ma chi fa l’ingiustizia deve chiudere la bocca”. Quattro versetti, fra i tanti, che mi ha fatto bene leggere.

Quanta sapienza, mi chiedo, tutti noi perdiamo leggendo così poco sia in generale che nello specifico della Parola di Dio? Come il piccolo, banale, semplice gesto del leggere (a 360 gradi, comprese dunque l’antica sapienza delle Scritture Sacre) potrebbe aiutarci a essere più cittadini e anche più cristiani? Come dare torto a don Lorenzo Milani sull’importanza di conoscere, e dominare, le parole altrimenti troverai sempre chi, grazie alle parole, finirà per fregarti?

Intendiamoci: è chiaro, per restare in ambito ecclesiale, come si possa conoscere a menadito la Parola ed essere pessimi testimoni della Parola stessa (scordandoci il simbolismo delle tre piccole croci che facciamo sul nostro corpo – sulla fronte, sulla bocca, sul petto – alla lettura del Vangelo, per ricordarci che quella Parola va onorata con il cervello, la bocca, il cuore). Bene ha fatto don Cristiano, il mio parroco, a premetterlo ricordando le antiche storie di Scribi e Farisei che i testi sacri li maneggiavano benissimo salvo poi mandare a morte il Figlio di Dio venuto fra loro.

Trovo stimolante la domenica della Parola di Dio voluta da Francesco. Le prime parole del documento riguardano l’apertura della mente. E mi è anche chiaro un passaggio (“Chi si nutre ogni giorno della Parola … non è tentato di cadere in nostalgie sterili per il passato, né in utopie disincarnate verso il futuro”) con l’invito a vivere quella Parola nella contemporaneità delle persone incontrate.

Al di là di questa prima ricorrenza, spero che questa sia occasione da cogliere tutti insieme. Le iniziative concrete per attualizzarla, nell’ultima domenica di ogni gennaio ma anche in altri giorni, possono essere tante. Non c’è che il limite della fantasia: letture integrali pubbliche ad alta voce e a più voci, ricorsi alla multimedialità, lezioni tecniche su come leggere un testo, perfino giochi …

Troppo spesso, salvo eccezioni lodevoli, girando fra tante chiese ci si accorge come la proclamazione della Parola durante le Messe (le due letture e il Vangelo) sia fatta in modo sciatto.

Se nel testo c’è una virgola, un punto, un inciso, una frase chiusa tra virgolette, ciò vorrà pur dire qualcosa. Se nel testo c’è un “a capo”, chi è chiamato a leggere deve o no intuire che ciò significa qualcosa in termini di lettura a voce alta? Quante volte capita, nelle Messe, di ascoltare lettori improvvisati che sembra li paghino se vanno veloci? Nessuna ansia da prestazione declamatoria, per carità, nessuna sciocca gara o performance a chi legge “meglio” o con voce più impostata.

Ma forse una via di mezzo, fra sciatteria e perfezione, per far gustare prima dell’omelia la bellezza di quella Parola, si potrebbe pur tentare. Riflettendo su quello che lo stesso Francesco definisce “carattere performativo” della Parola. E di sicuro trovare un po’ di tempo, anche utilizzando supporti non cartacei, per leggere in silenzio un Vangelo, un profeta, un salmo, male – a credenti e pure a non credenti – male proprio non fa …

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