RIBELLIONE: QUELLA DEL “BEATO” OLIVELLI

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Ovvero sulla ribellione. Di ieri e (forse) pure di oggi.

Me la sono portata dietro da quando – era l’inizio degli anni Ottanta – me la regalarono: l’ho sempre tenuta, quella targa, attaccata alle pareti dietro le scrivanie su cui, fino a due anni fa, mi è capitato di lavorare. L’ho sempre considerata una sorta di “memoria” cui affidare momenti di sconforto o fasi di esaltazione: un modo piccolo per ricordarmi “valori” di forte riferimento. Adesso ce l’ho in casa: chiamata a svolgere la stessa, antica, funzione.

La targa, che mi regalò un galantuomo chiamato Luigi Gori, riporta il testo di “Ribelli per amore”: preghiera del partigiano cattolico Teresio Olivelli da pochi giorni, nella Chiesa cattolica, “beato” e, dunque, esempio di vita quotidiana per ciascuno di noi credenti in Cristo Gesù. Una preghiera per chiedere “la forza della ribellione” nel nome di chi volle essere “ribelle per amore”. Un testo ancora attuale: quando nota la “sordità inerte della massa”, quando teme “la tentazione degli affetti”, quando evidenzia “le perfidie e gli interessi dei dominanti”.

Facile, anche grazie al web, ricordare chi fosse questo giovane di Azione Cattolica nato sulla punta interna del lago di Como, a Bellagio, nel 1916: alpino, poi partigiano, poi internato nei lager. Morto martire nel gennaio 1945, a 29 anni, perché picchiato per aver difeso un altro deportato.

Le giornate si allungano – scriveva dal lager nazista di Hersbruck, in Baviera, Olivelli il 20 gennaio 1944 ai genitori – le aurore si fanno più vaste, i mulini di Dio macinano in fretta. L’Italia espia e prepara la sua resurrezione. Il treno sta per sfuggire”. Parole chiare, compreso l’ultimo concetto: quello del treno che “sfugge” veloce. Parole che, insieme alla preghiera per cui è più conosciuto, possono avere una loro utilità anche oggi, in questa Italia che aspetta, disincantata e impaurita, un voto politico importante.

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