LA FATICA DELL’ESSER PRETE

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Un giovane prete è andato in tilt. Un parroco. Lo conosco. Un ragazzo (in effetti l’ho visto davvero ragazzo) serio, motivato: uno che ci crede (e non sempre – neppure fra i preti, figurarsi fra noi credenti laici – questo è un dato da considerare scontato). Sta nella fascia ultima dei 40 anni che, per l’età media dei parroci pistoiesi (questa è la diocesi), è età ancora giovane.

Poco tempo fa ha lasciato la parrocchia, anzi le parrocchie, di Quarrata e dintorni cui era stato inviato 6 anni fa. Ha detto che andava in Africa. Ha poi affidato al viceparroco uno scritto che domenica scorsa è stato letto durante le Messe.

Io non ho avuto modo di leggerlo, ma da quanto ho appreso è un testo forte , “toccante” dice chi lo ha letto, che lascia trasparire, con sincerità, la condizione di affaticamento in cui questo ancora giovane sacerdote si è venuto a trovare.

Per adesso continua la sua nuova esperienza in Africa. Dove tutto, forse, è più immediato e sincero. E non rientrerà, don Fausto, almeno a breve, in quella popolosa parrocchia che peraltro sta in una zona, nella (ex) “rossa” Pistoia, tradizionalmente “bianca”. E’ il paese di don Orazio Ceccarelli, facitore all’inizio del Novecento, di Casse Rurali e Artigiane, il paese di don Dario Flori (detto “Sbarra”) altro prete di quel periodo che scrisse “O Biancofiore simbol d’amore”; è il paese un tempo famoso per i mobili e oggi alla ricerca di una nuova identità, il paese dalle cui colline (il bel Montalbano) si ammirano panorami dolci in una Toscana all’apparenza deliziosa, il paese dove “svernano” ciclisti tra i più famosi al mondo.

Qui don Fausto non tornerà: i motivi li conosce lui e sono comunque da rispettare in una scelta anch’essa da rispettare lasciandola, se possibile, libera da chiacchiericci.

Se ne scrivo è perché la sua vicenda – legata alla fatica quotidiana, in certi casi a forme di autentico stress, dell’essere parroco nella contemporaneità – colpisce; e consente di pensare, più in generale, oltre la vicenda specifica quarratina, alla figura del prete nel contesto di un oggi che di Parola, soffocato dalle parole, avrebbe così bisogno. Già: il prete oggi.

Uomo, cui il sacerdozio non cancella certo le fragilità di ogni essere umano, costretto a caricarsi delle fragilità e delle attese di tutti noi. Sacerdote e psicologo. Operaio e ingegnere. Confessore di peccati e paladino di diritti. Catalizzatore di grandi attese ma anche testimone del grande vuoto. Chiamato di continuo su fronti diversi e, inevitabilmente, incapace di contentare tutti. Sempre giudicato da tutti e costretto, per “contratto”, a non giudicare alcuno. Tirato qua e tirato là. Esperto in solitudini contemporanee e servitore di comunità da tempo post cristiane. Custode di bellezze artistiche e depositario di miserie umane. Chiamato, come prete, anche a governare ma a farlo dentro un mondo che si fa guidare da tanti, non certo da un prete. Sempre sospeso sulla croce fra una (sempre esaltante) dimensione verticale e una (spesso deprimente) realtà orizzontale. Ministro e burocrate. Specialista di comunità ma esperto di solitudine. Bisognoso di serenità, ma immerso nell’ affaticamento.

Non so in che parte di Africa sia, ora, don Fausto e non so quando tornerà: so però che faccio il tifo per lui, lo rispetto, gli voglio bene. E aspetto il suo ritorno.

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Autore

Mauro Banchini

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