LA DIGA DI MOSUL

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 “In realtà l’ampliamento della nostra missione avviene nel nome della privatizzazione della guerra che è ormai una linea politica alla quale devono sottostare anche le nostre forze armate”. Lo ricorda oggi (“Il Fatto Quotidiano”) il generale Fabio Mini (dunque: non uno qualunque) a proposito della “vera posta in gioco” che origina l’invio dei 450 militari italiani a difendere la diga di Mosul.

 “I nostri soldati – prosegue Mini – vengono mandati non perché la diga sia un obiettivo di Isis … non perché possa essere danneggiata dai curdi, non perché gli iracheni e i curdi non siano capaci di difenderla … non perché ci vogliano truppe Nato … ma perché la ditta che si dovrebbe occupare della manutenzione straordinaria è italiana”.

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