IL VANGELO DI PASOLINI

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Un modo particolare, in uno spazio particolare, per riflettere sulla vita di Cristo in un giorno particolare. Lo ha proposto ieri sera, venerdì santo 2016, l’associazione “Amici di Casa di Zela”, in Quarrata (Pistoia), chiamando nel museo sulla cultura popolare e contadina per la proiezione de “Il Vangelo secondo Matteo”. Girato nell’Italia del Sud e prevalentemente in una Matera ancora lontana dai grandi restauri, due anni fa, nel cinquantesimo dalla prima proiezione (1964), l’Osservatore Romano lo definì “il miglior film su Gesù mai girato”. E’ dedicato alla “cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII”.

Claudio Rosati ha chiamato Andrea Fagioli per una inevitabilmente rapida (il film supera le due ore) lettura critica. Ho avuto dunque modo, insieme a un piccolo gruppo di persone strette fra migliaia di ricordi e testimonianze di una vita “antica” (a proposito: il museo merita davvero di essere visto. E con calma), ho avuto modo di leggere qualcosa sul come e sul perché, nel clima entusiasmante del Concilio Ecumenico Vaticano II, la eterna vicenda del Cristo fosse stata affidata a un regista così “scandaloso” e “scandalizzante”.

E dietro – ho scoperto, ma la cosa è nota da tempo – ci fu una “trappola”: una sorta di “trucco” intentato dalla (allora famosa) Pro Civitate Christiana di Assisi. Era il settembre 1962 e Pasolini (“ateo per scelta”) stava ad Assisi, ospite della Pro Civitate, per un convegno dei cineasti.

Nel comodino della camera (la 26) gli fu lasciata una copia del Vangelo. Lui lesse e, come ha ricordato Andrea Fagioli, trovò sostanzialmente già pronta la sceneggiatura. Da lì partì l’idea del film sulla vita di Cristo, dalla nascita alla resurrezione, passando per la morte. “Una storia” – così Pasolini, intervistato sull’aereo che lo stava portando in Palestina per i primi sopralluoghi ambientali poi tradottisi in un nulla di fatto. Da qui la decisione di girare a Matera e in altri luoghi di un Sud ancora, allora, vergine – una storia che senza concedere nulla dà tutto”.

A film terminato, nel dicembre 1964, l’ateo Pasolini (quello che una ventina di anni prima aveva intitolato “Crist al mi clama, ma sensa lus” – Cristo mi chiama, ma senza luce” una sua poesia giovanile) scrive a don Giovanni Rossi, un sacerdote che della Pro Civitate era fondatore. E scrive sul suo rapporto, tormentato, con la fede. Parole che, specie in un giorno come il sabato che precede Pasqua, ho trovato belle. Belle e frustanti per far pensare molti fra noi: compresi quelli che – come me – dicono di credere. Le ha riportate uno studioso pasoliniano, collaboratore del Centro Studi Pasolini di Casarza della Delizia, Giacomo Trevisan, nel settembre di due anni fa. Ad Assisi. In un convegno per i 50 anni dal film.

“Sono bloccato, caro don Giovanni, in un modo che solo la Grazia potrebbe sciogliere. La mia volontà e l’altrui sono impotenti. E questo posso dirlo solo oggettivandomi, e guardandomi dal suo punto di vista. Forse perché io sono sempre caduto da cavallo: non sono mai stato spavaldamente in sella (come molti potenti o molti miseri peccatori): sono caduto da sempre, e un mio piede è rimasto impigliato nella staffa, così che la mia corsa non è una cavalcata, ma un essere trascinato via, con il capo che sbatte sulla polvere e sulle pietre. Non posso né risalire sul cavallo degli Ebrei e dei Gentili, né cascare per sempre sulla terra di Dio”.

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Autore

Mauro Banchini

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