IL FRANCOBOLLO, QUESTO SCONOSCIUTO

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Dove si narrano le peripezie per comprare un francobollo.

Già la richiesta dell’ente (“deve inviarci o consegnarci l’originale”) mi aveva colpito, visto che – nativo nell’analogico, ma orgogliosamente digitale – quella ricevuta con tanto di marca da bollo l’avevo inviata in PDF per posta elettronica. Addirittura certificata.

Pur non comprendendo perché non fosse sufficiente quel PDF e quella PEC già comodamente inviata e subito ricevuta, ho ubbidito: ho trovato una busta, dentro ci ho messo la ricevuta in originale, ho scritto a mano l’indirizzo dell’ente e mi sono ricordato l’esistenza dei mitici francobolli.

Sono sceso in paese, felice di entrare nel “tabacchino”. Sta accanto al forno che vende un ottimo pane. Siamo fortunati, noi che viviamo in piccoli paesi, a poter scambiare quattro parole con chi vende il pane o altro.

Dentro la tabaccheria trovo tre o quattro persone immerse nella, per loro intuisco quotidiana, azione di “grattaggio” cui non corrisponde la sperata azione di “vinciaggio”. E ce ne sono tante altre – nei pochi metri dove un tempo si vendevano sali, tabacchi e bolli col marchio dello Stato – di truffe, tanto brillanti quanto illusorie, per tassare povera gente finalmente contenta di pagare una tassa allo Stato.

Aspetto il mio turno. Chiedo un francobollo. Stupito, quasi avessi chiesto ad alta voce una dose di oppiaceo, il “tabaccaio” balbetta che lui, i francobolli, li ha “terminati”. Mi consiglia l’altro “tabaccaio”, qualche metro più su.

Già sospettando come andrà a finire, e anche per dar ragione al cardiologo che sempre mi implora di “camminare”, salgo verso l’altro negozio. Qui la calca dei giocatori (di “gratta e vinci” o altra roba analoga) è maggiore e l’attesa un po’ più lunga.

Una donna, all’apparenza venuta dall’Est, ride nervosa: ha vinto un euro e 60 cent. Pretende un altro grattino. Da 5 euro. Chissà quanti ne consuma, grattando e perdendo.

Un altro giocatore, accanto, la prende in giro su quella miseria vinta. Dice che corrisponde all’aumento che “lo Stato” ha appena riconosciuto alla sua pensione. Pure la donna inizia una filippica contro “lo Stato”.

Non so stare zitto. Faccio presente che proprio loro, in pochi minuti, hanno già pagato, allo “Stato”, una tassa con una speranza di vincere che equivale alla speranza mia di passare un week end di passione con quell’attrice in mostra nel gossip sul banco.

Mi guarda, la donna, come fossi un deficiente (cosa che spesso sono io stesso, di me, a pensare) per dirmi che “già la vita è così triste. Qualcosa pur bisogna fare”.

Mi ricordo che son lì per il bollo e, beccatomi il compatimento dei due giocatori, la risposta della “tabaccaia” è che “i francobolli non li teniamo. Deve andare all’Ufficio Postale”. Era ciò che sospettavo.

Scendo in quel luogo dove il francobollo certo lo avranno, prendo il numerino, faccio la fila, intuisco che presto nel mitico “spazio consulenza” metteranno in vendita anche il dentifricio. Arriva il “123”: il mio numero. Esibisco la busta, chiedo il francobollo e il giovane addetto, stupito ma professionale, cerca nel cassetto basso. Ho l’impressione che questa singolarissima richiesta gli venga fatta non più di due o tre volte ogni anno.

Tira fuori una piccola busta con dentro qualche bollo e me ne appiccica uno, lui stesso, sulla busta. Pago un euro e 10 cent. Scopro che nessuna cifra è scritta sul francobollo. C’è solo una lettera: è il sistema migliore – mi spiega – per evitare, davanti agli aumenti nel costo, di stampare nuovi francobolli con importi minimi.

Ringrazio e mi tolgo l’ultima curiosità: nessun “tabaccaio” – mi spiega – ha più l’obbligo di vendere francobolli; se lo fanno è solo per una cortesia al cliente. Immagino che il motivo sia lo scarso, o nullo, loro guadagno rispetto a un bene (il francobollo) da tempo obsoleto, inutile, retaggio di un passato pressoché defunto. Immagino anche, visto il numero incredibile di “grattini” dai nomi tanto roboanti quanto forieri di fregature, che ogni “tabaccaio”, su questa merce, una percentuale di guadagno debba pure avercela.

Perché ho raccontato questo? Onestamente non l’ho capito neppure io.

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