GIORNALISTI: VOTA ORONZO (REALE)

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Per una singolare coincidenza, in questo primo ottobre 2017 si è votato in Catalogna (per una “indipendenza” di quella terra che certo – adesso – non potrà prendere a seria motivazione giuridica quel voto confuso al quale ha preso parte solo una minoranza di aventi diritto) ma si è votato, in molte regioni italiane fra cui la Toscana, anche per rinnovare l’Ordine Giornalisti: i Consigli regionali e nazionale oltre che i Revisori. Anche in questo caso la maggioranza non ha preso parte.

Per l’Ordine Giornalisti, in Toscana ha votato appena il 7,5%. Fra pubblicisti e professionisti, in appena 398 su 5.326 iscritti. Da immaginare cosa potrà accadere domenica prossima quando, per eleggere i 4 consiglieri regionali non passati al primo turno, i professionisti dovranno tornare al voto scegliendo fra i primi 8 (e uno di loro di voti ne ha presi ben 2).

Questa disaffezione fra i giornalisti per il proprio Ordine (ente di diritto pubblico) non è certo una novità. In molti lo vorrebbero abolito (io non sono fra questi) e molti stentano a comprenderne l’utilità. Tantissimi, specie fra i più giovani e dunque più sfruttati, vedono nell’Ordine solo una pesante tassa per mantenere la speranza di un sogno lontano.

Forse ad aumentare, ogni tre anni, la partecipazione potrebbe contribuire una seria riforma delle modalità di voto. Anni, anzi decenni, che se ne parla. Ma inutilmente. E anche la (pasticciata) riforma entrata in vigore quest’anno non ha toccato questi aspetti: aspetti fermi agli anni Sessanta quando in Toscana i giornalisti erano poche centinaia e la professione si faceva in poche redazioni, con contratti sicuri, uno status da privilegiati; e la distinzione professionisti/pubblicisti aveva un senso assai più chiaro rispetto a oggi.

Per legge e DPR (firmati da Segni e Saragat, Fanfani e Moro. E Oronzo Reale ministro di Grazia e Giustizia negli anni Sessanta) in ogni regione i seggi possono essere solo tre e non più. Da anni votiamo su smartphone anche per qualche altro ente di categoria, ma per l’Ordine la preistoria delle regole prevede ancora che la scheda abbia una “parte gommata” (sic) e che l’elettore, una volta chiusa la scheda, debba (sic) “inumidirla” (art. 11 DPR 115/1965).

Ma anche nella formazione dei “candidati” le regole sono fatte per una professione che non esiste più: mezzo secolo fa pochi giornalisti si conoscevano tutti e poteva essere abbastanza logico che tutti potessero essere candidati senza meccanismi per la presentazione di liste. Oggi, con oltre 5.300 iscritti, tutto ciò non ha senso ed è anzi un forte ostacolo in termini di trasparenza effettiva.

Non esistendo liste ufficiali, vengono semplicemente – e in modo non formale, dunque senza trasparenza – diffusi elenchi di disponibilità: cordate di ottimi colleghi in cui, in genere, non vengono neppure indicate, al di là di frasi generiche, motivazioni e proposte. Per cui, alla fine, mettendo insieme la scarsa propensione a partecipare e queste strane modalità per la formazione dei candidati, possono bastare poche decine si voti, su una platea teorica di migliaia, per risultare eletti. Con una rappresentatività oggettivamente bassa.

Sentii parlare per la prima volta di riforma elettorale a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta (del secolo scorso) quando feci un triennio di Consiglio nazionale. Da allora nessuno ha mai messo mano a questa parte di riforma: certo devono farlo i legislatori, che però hanno ben altre priorità; ma forse anche dentro la categoria questi aspetti non sono giudicati importanti. Le percentuali si fanno sui votanti e la colpa è sempre … di chi non vota.

E la disaffezione? E i motivi della disaffezione? E la rappresentatività degli eletti (in un ente – ripeto – di diritto pubblico)? E il senso dell’Ordine? Boh …

 

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Autore

Mauro Banchini

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