GERUSALEMME: DA GORI A PIZZABALLA

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“Niente di peggio della ideologia religiosa, quando Dio è usato per altri scopi”. E’ bello sentire parole come questa da un arcivescovo come quello: intendo mons. Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico di Gerusalemme dei Latini (in pratica il vescovo cattolico di Gerusalemme).

Ieri era qua da noi, fra Pistoia e Prato, in quel di Agliana, invitato da una piccola onlus pistoiese (“Insieme per la Terrasanta”) che da anni si occupa di sensibilizzare sulle tematiche, religiose e civili, nel vicino Medio Oriente.

Parlava, Pizzaballa, nella omelia all’interno della Messa che ha aperto l’appuntamento dedicato a un suo predecessore: l’aglianese Alberto Gori (1889-1970) che, per quasi 40 anni, a Gerusalemme fu prima Custode francescano e poi patriarca latino.

E’ stato un bel momento di condivisione che ha mischiato una sorta di “orgoglio” cittadino (presenti, con il sindaco Giacomo Mangoni, il parroco Paolo Tofani, il vescovo Fausto Tardelli, anche numerosi parenti di mons. Gori) con le considerazioni sulla più stretta attualità in un periodo nel quale le tensioni, nel Medio Oriente, sono tornate a farsi “calde” (ammesso che qualche volta non lo siano).

Parlava, Pizzaballa, nel giorno dedicato dalla Chiesa alla “cattedra di Pietro”. E ha raccontato una chiesa – quella presente in Israele e Palestina, Cipro e Giordania e nel resto del Medio Oriente –  consapevole di essere piccola minoranza (“siamo sale perché siamo pochi”) in un contesto “di grande confusione”, con guerre e rancori, ingiustizie e prevaricazioni, ma anche tenace nel voler resistere (“nonostante tutto, e certo con i nostri limiti, continuiamo a essere presenti con gente semplice, innamorata di Dio, che resiste a tutto, comprese le bombe”).

Alla Messa era presente anche, con una folta delegazione delle “Minime” di Poggio a Caiano, suor Nunziatina: una delle tre francescane che svolsero un ruolo prezioso durante l’assedio, nel 2002, alla Basilica della Natività a Betlemme.

Dopo la Messa e un incontro conviviale (il ricavato, al netto delle spese, va alla onlus presieduta da Franco Niccolai che fra un mese porterà alcuni pistoiesi in un nuovo pellegrinaggio fra Nazareth e Betlemme, Tiberiade e Gerusalemme) i tanti presenti si sono spostati al “Moderno” di Agliana.

Qui lo storico fiorentino Paolo Pieraccini ha raccontato alcuni momenti nella intensa vita di Alberto Gori (interessante un diario, tenuto dal francescano fra il maggio e l’ottobre 1948, a Gerusalemme, durante la guerra di quel periodo) che, in effetti, meriterebbero di essere conosciuti anche al grande pubblico. A tal proposito si spera possibile una pubblicazione specifica.

E Pierbattista Pizzaballa ha tracciato una sintesi sul quadro odierno introducendo le difficoltà riscontrate dalla minoranza cristiana in un contesto che avrebbe tanto bisogno di visioni non integralistiche e che è, oltretutto, caratterizzato dalla assenza della politica (e, aggiungo io, dalla presenza di una politica cattiva).

Risultato: grande disorientamento, grande confusione, grandi attese e consapevolezza che il periodo di transizione durerà ancora “molto tempo”.

Non ha mancato di sottolineare, Pizzaballa, la singolarità di una certa similitudine (“certo in tempi assai diversi”) fra la sua esperienza di Custode oggi spostatosi nella diocesi di Gerusalemme e quella di mons. Gori. Allora come oggi i nodi sono tre, legati a “Gerusalemmeprofughi, confini”.

Né ha mancato di raccontare aspetti positivi che pure continuano a esserci: le assai migliorate relazioni fra le diverse comunità cristiane, le collaborazioni per mandare avanti luoghi di culto e scuole (spazi, per definizione, di incontro e dialogo), la determinazione “a restare”.

Ma anche la scoperta del volontariato, la voglia di difendere le “radici” e le “identità”, il dialogo interreligioso, la tenacia con cui, anche sotto le bombe e sotto intolleranza e violenze, piccoli gruppi di cristiani difendono i loro simboli, la loro fede. “Nonostante l’ombra della morte restano spiragli di luce”.

Ed è tornato, Pizzaballa, sull’uso distorto della dimensione religiosa, in un contesto nel quale “l’assenza della politica” fa emergere visioni basate su intolleranze e integralismi: da qui, in quei luoghi, l’importanza di scuole e ospedali, il ruolo dei laici e dei religiosi.

E anche l’importanza, tutta francescana mettendoci dentro anche il messaggio di Bergoglio, “del non iniziare, in rapporto con gli altri, a parlare subito di religione e fede ma del dare priorità alla vita, alla vita concreta, con le sue difficoltà quotidiane”.

Colpisce la testimonianza spesso coraggiosa dei cristiani, in prevalenza palestinesi, che nelle terre calpestate da Gesù e dai primi discepoli vivono, oggi, sotto muri e fili spinati mantenendosi “innamorati di Gesù” come forse noi talvolta dimentichiamo di essere.

Così come colpisce il messaggio di uno fra i vari vescovi presenti all’incontro, il francescano Rodolfo Cetoloni, nel sostenere l’importanza dei pellegrinaggi. “Per capire qualcosa in più, la cosa migliore è andare; ad andare non si rischia niente; l’unico rischio è tornare innamorati”.

Innamorati della Terrasanta. E, magari, un po’ più innamorati anche di Gesù.

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