IL CLIMA, GRETA, I VIVAI, I VELENI, LA FUNIVIA

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E ora che migliaia di ragazzi (oltre un milione e mezzo in tutto il mondo, così pare) sono scesi in piazza per il clima raccogliendo l’invito di una coetanea svedese per ricordare, a noi adulti, come la terra sia una sola; ora che questa ondata ci ha urlato come loro, ma pure i loro figli e i loro nipoti, hanno diritto di trovarla, madre Terra, ancora viva; ora che aspettiamo altre marce analoghe; ora che anche i grandi media, finora silenti, sembrano avere scoperto ciò che la scienza dice da anni sul clima; ora che tutti ce ne siamo fregati dell’allarme 2015 alla COP parigina; ora che l’enciclica di Papa Francesco o non l’abbiamo neppure letta o l’abbiamo subito gettata nei rifiuti; ora che ci siamo interrogati sull’operazione “Greta” tirando fuori complotti o sorrisetti o dubbi; ora che perfino i grandi tg serali raccontano la pericolosità e la velocità di cambiamenti climatici causati non solo da cattivi politici e perfidi finanzieri ma pure dai nostri stili di vita, adesso cosa facciamo in concreto? Ci basta esaltare la pulizia dei ragazzi salvo fregarcene degli appelli di scienziati e ambientalisti? Il nostro cinismo potrà trovare una inversione di marcia dallo scendere in piazza di figli e nipoti? Mah!

La globalità del Friday for future, il movimento sul clima lanciato dalle treccine di Greta, ha colpito anche tra Firenze e Pistoia: in quell’area così abitata che pare sempre più difficile trovarci un campo libero mentre gli Appennini che le fanno da corona si spopolano sempre più. Fra le tante questioni locali aperte, vedo di estrarne due, emblematiche. Da come saranno affrontate si potrà capire, localmente, se ci interessa davvero raccogliere il grido (magari ingenuo, intermittente, contraddittorio) dei ragazzi oppure se continuiamo a non capire.

Prima questione: le porcherie che da anni un’attività così importante (per Pistoia e dintorni) immette nel terreno. Dà certo lavoro e reddito, il vivaismo. Offre un’immagine positiva. Riguarda verde, piante, fiori: tutte “cose” meravigliose. Ma c’è un grave rovescio della medaglia.

Dall’11 febbraio ARPAT, organismo tecnico competente, ha diffuso gli ultimi dati. La criticità dall’uso dei fitofarmaci nel pistoiese è definita “elevata”. A preoccupare sono tanti prodotti, ma “le maggiori criticità – si legge – riguardano il glifosate utilizzato nel florovivaismo nonché il suo prodotto di degradazione”. I dati (quelli 2017) sono pubblici. I superamenti degli standard di qualità ambientale nelle acque superficiali sono numerosi. Le analisi raccontano una presenza di glifosato nei corsi d’acqua quattro volte più alta della media regionale e tre volte di quella nazionale.

Nel paese dove chi scrive abita, Poggio a Caiano con la villa di Lorenzo, il torrente Ombrone (quello dove fino a pochi decenni fa le donne lavavano i panni) mostra un valore medio dei “pesticidi totali” superare di ben oltre 30 volte (sic) il limite fissato. Ciò soprattutto per colpa del glifosate pistoiese e, forse, anche per i reflui pratesi della lavorazione del tessile. Per ARPAT servono subito “energici interventi correttivi nelle politiche agricole, in particolare in quelle vivaistiche”.

Vivendoci, in questo paese, non vedo reazioni fra noi cittadini rispetto a un dato clamoroso, preoccupante. Leggo sui social intemerate a volte violente contro furti nelle abitazioni, richiesta di telecamere contro zingari e immigrati, appelli per la sicurezza: non ho mai trovato una reazione sui pericoli, anche per la nostra salute, da questo tipo di inquinamento.

Da un mese i media pistoiesi ne parlano. E’ stato costituito il solito “tavolo”. Gli ambientalisti chiedono più dati circa le conseguenze di tale inquinamento sulla nostra salute. Ma la consapevolezza, fra noi cittadini, resta bassa. Sarebbe giusto (ma lo sarebbe stato da anni) farla finita subito con quel tipo di veleni, anche in base al solo principio di precauzione.

Bisognerebbe guidare il vivaismo su altre strade: e questa sarebbe pure un’arma comunicativa preziosa per una imprenditoria moderna, capace di scommettere su produzioni sostenibili, green sul serio. Invece capita di sentire, da importanti responsabili di settore, che l’immediato stop al glifosate avrebbe conseguenze troppo pesanti per l’economia. Come se davvero ci fosse contrasto fra il diritto alla salute e il diritto al lavoro.

Seconda questione: il collegamento funicolare Doganaccia-Corno alle Scale nelle terre alte di San Marcello Piteglio. Se ne parla da tempo. Governi precedenti hanno trovato soldi: una infrastruttura, a prevalente ma non esclusivo servizio per gli sport invernali, su un’area che basta conoscerla per capire quanto assurda sarebbe quella funivia.

Un assurdo oggi moltiplicato proprio dal mutamento del clima. Nevica sempre meno, su questi Appennini, e la neve ci resta sempre meno. Devono sostituirla sempre più spesso con quella artificiale con costi, ambientali ed economici, sempre più alti per raggiungere il triste obiettivo di piste imbiancate solo entro i loro limiti in un contesto tutto … marrone.

C’è uno studio di fattibilità, che però non considera gli scenari delle precipitazioni nevose previste nel prossimo futuro. Ma già quello studio subordina la fattibilità del costoso impianto a un lungo elenco di prescrizioni ambientali, paesaggistiche, naturalistiche, ecosistemiche.

Anche qui: salvaguardare l’ambiente – “custodire il Creato”, direbbe Francesco – non può essere letto in contrasto con le giuste ragioni di una economia sostenibile. Questa parte di Appennino, sotto lo Scaffaiolo, può sostenere economie altre, basate sul rispetto della Natura, capaci di produrre redditi, spalmabili sull’intera comunità, anche maggiori rispetto a quelli di un passato oggi invecchiato.

Due esempi, concreti, su cui impegnarsi per dare un senso locale alla battaglia globale, sul clima, di Greta e dei suoi coetanei. Al bando integrismi, da un lato e dall’altro, per puntare sul laicissimo valore dello studio, del raziocinio, della conoscenza. Lo dobbiamo a noi, che ragazzi lo eravamo tanti anni fa e che di questa Terra certo non siamo “padroni”. Ma lo dobbiamo soprattutto ai ragazzi. Compresi quelli non ancora nati.

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